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Qualche tempo fa accennavamo ad un post sul'Onorevole FINI (qui) dell'ambiguità dei presupposti etici e morali. Soprattutto del loro impegno chiamato Fare Futuro, accarezzato da qualche cattolico bisognoso di creare una "pista nuova" post-Berlusconi. Probabilmente intento lodevole nelle intenzioni ma pericoloso. Accarezzare l'ambiguità produce solo un buco nero e risultati tragici, sia per la vita civile che per i presupposti etici. Si percorre una china difficilmente risalibile.
Ecco cosa ha prodotto il FLI con l'ultima finanziaria: "... E il Fli spera che non resti lettera morta la proposta che impegna Palazzo Chigi a rivedere i benefici fiscali al Vaticano, a cominciare dall' Ici sugli immobili a uso commerciale" (fonte del Corriere.it http://archiviostorico.corriere.it/2011/settembre/15/manovra_legge_con_314_voti_co_9_110915025.shtml ).
Come sempre invitiamo fraternamente alcuni di questi fratelli, laici, vescovi, sacerdoti e cardinali ad essere accorti nel creare connivenze operative che finiscono per buttare via il bambino con l'acqua sporca, esponendo il fianco a manipolazioni come quelle operate da "il Fatto quotidiano" nell'imminenza della beatificazione di Papa Giovanni Paolo II .
Non solo chi va con lo zoppo impara a zoppicare ma, forse, è segno rilevatore, che da un punto di vista del'impianto etico, zoppicava già.. e non poco.
Staff ZM
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Colgo l'occasione di questo articolo di Massimo Introvigne - http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-la-dieta-digitaleci-vuole-solo-buon-senso-2053.htm - per riflettere sulla dignità del libro e della liturgia domenicale.
Il libro presuppone un rito ed una intimità che è molto rara su internet. Presuppone che ci fermiamo e diamo del tempo.
Proprio questo fermarsi aiuta il nostro cervello - e il nostro cuore - ad organizzarsi, a riflettere, a sedimentare. Cioè aiuta noi stessi a valorizzare il nostro "unicum" e ad imparare a pensare con la nostra testa. Il pullulare dei forum, qualche tempo fa, poi i blog e successivamente i social network tende a creare una "relatività" ed una transitorietà del sapere che non forgia opinione ma espone se stessi alla fluttuazione come se il vero dogma dei tempi sia l'opinionismo e non la ricerca del Vero e del Bello. "Vacate et videte quoniam ego sum Deus" dice il salmo 46.
Ecco perché poi accadono degradi anche nel mondo "dell'arte" come quell'indignitosa statua sul Beato Giovanni Paolo II alla Stazione Termini di Roma.
Ecco perché da sempre, per esempio, il nostro sito ha evitato accuratamente di imbastire chat, forum e simili. A noi interessa riflettere e riflettere sulla fede non fare dibattito. I salotti televisivi hanno sovra-esposto quello che accadeva in altri mini-salotti e che aveva una certa dignità sociale e di incontro e che con la televisione è diventato idolatria del dibattito e del presenzialismo. Anche un uso non sobrio del web, dei forum e dei blog e dei social network, apre a quella "frammentazione" dell'io e a quel disvalore che "glorifica" l'opinione e il relativo.
Dalla ricerca del Vero e del Bello, appunto, si è capitolati alla spasmodica ricerca del "sé" cercando una pur minima conferma e notorietà. Un esserci che fonda la nostra autostima.
La sobrietà è virtù rara sia nell'uso della televisione sia in chi propone palinsesti. L'uso del telecomando è un'illusione dietro una personalità intemperante.
Altra nota dolente è quella dei foglietti durante la celebrazione eucaristica. Ricordiamo che i foglietti con le letture e le parti della S. Messa sono ad uso esclusivo pre e post celebrazione.
L'uso di questi strumenti durante la S. Messa ha messo la Potenza della Parola come una cosa scritta accanto alle altre e ha mortificato la capacità mnemonica ed orante. Quando la nostra memoria è "costretta" a ricordare un testo biblico la nostra mente - e le nostre labbra - balbettano e ruminano la Parola di Dio, migliorano la nostra capacità di attenzione e la nostra vita di preghiera. Cresce in noi l'indispensabile capacità di Ascoltare Dio come La Voce, sopra ogni voce.
Così accade che, spesso, durante il giorno, il nostro peregrinare è educato via via a "mormorare" la Parola di Dio. L'unica mormorazione lecita.
Purtroppo con i foglietti della Messa è accaduto quello che è accaduto con molti aspetti della liturgia, compreso il canto. Nella sociologica ed immanentisca interpretazione del Concilio Vaticano II ad opera di alcuni, animati da buonissime intenzioni ma da scarsa teologia, si è immerso il Concilio Vaticano II con derive marxiste, protestantiche e figlie del culto del sé.
Si è confuso il principio dell'incarnazione con quello dell'impantanamento.
Sull'incarnazione c'è un cammino di trascendenza, nell'impantanamento si svende la trascendenza per il consenso e l'immanente, dimenticando, ed è drammatico, che siamo si buoni ma feriti dal peccato e che non sempre abbiamo un trend di crescita ma talvolta di "stasi" se non di contro-conversione. Quello che nel Vangelo e volgere "lo sguardo indietro". Mentre è accettabile in alcune situazioni il principio della gradualità si è passati alla gradualità del principio. Se in alcune situazioni e con un certo stile, per esempio, è accettabile l'uso della chitarra - arpeggiata e che valorizzi la voce - durante la liturgia, per far crescere l'assemblea e portarla d una dignità "pneumatica", non va certo bene che la Messa diventi un momento "beat". I grandi raduni oceanici della GMG erano eccezioni che ricordano e rimarcano la regola non che la sostituiscono o ne fondano un'altra. Altrimenti impoveriamo non solo la liturgia ma anche la nostra vita di vita di fede esposta al soggettivismo e all'emozionalismo. Due dimensioni caratteristiche del narcisismo dei nostri tempi e che "diseducano" noi e mortificano il "senso del sacro". E se il sacro viene indebolito nella sua valenza simbolica l'uomo è soggetto a nevrosi, la quale porta ad idolatria e ad ipervalutare quello che non deve essere ipervalutato ma vissuto con sobrietà e temperanza. Se stessi, l'emozione, la gratificazione, il protagonismo, il sensazionalismo, la gratificazione dei sensi. Questo ipervalutare ciò che è relativo e non centrale - soprattutto nella liturgia - espone noi e i nostri giovani a non maturare e a rimanere "eterni adolescenti". Fa della nostre parrocchie dei "parcheggi" di aggregazione e non delle "palestre" di conversione e di cammino vocazionale.
La gioia cristiana non è mai una gioia sguaiata ma una gioia Mariana, un'esultanza nello Spirito che ha il suo culmine nel silenzio e nell'adorazione. E questo criterio non è soggetto alla mutevolezza dei tempi ma è normativo e trans-temporale. Non è solo l'apice di un buon cammino spirituale ma anche la corretta impostazione di un buon inizio.
Pertanto se vogliamo crescere nel cammino di conversione, usiamo internet con sobrietà e diamo più tempo alla lettura di un buon libro così da ben forgiare la nostra dignità umana.
Mettiamo via durante la celebrazione i foglietti della Messa e maturiamo un approccio vivo alla Parola di Dio che si trasformi in un gorgogliare orante.
Paul
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- Written by: Paul Freeman
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I fatti di Genova riguardanti Don Seppia, al di la degli accertamenti oggettivi, da verificarsi, del caso, ci inducono ad alcune semplici riflessioni:
1 – Qui, probabilmente, non si tratta di un sacerdote che fa i conti con la sua debolezza occasionale, ma di un sacerdote che si è costruito, sulla sua debolezza, una doppia vita che lo ha portato a scelte "criminali" e totalmente contrarie al suo ministero sacerdotale e ancora prima al suo essere cristiano. Qui non ne facciamo un giudizio personale ma solo dei comportamenti oggettivi. Il giudizio sul cuore, come il giudizio ultimo e pieno, tanto più su un sacerdote, spetta sempre a Dio.
2 - La castità, gemella della temperanza, dono per tutti i battezzati, è frutto di un lavoro costante di richiesta della grazia sulla nostra miseria affinché venga assunta e guarita. Tuttavia non è una disciplina che impegna solo il singolo ma lo impegna in quanto Chiesa. Ed impegna la Chiesa verso il singolo. Questo riguarda non solo sacerdoti e consacrati ma tutta la comunità ecclesiale. La castità è un dono non solo per il singolo ma è un dono ecclesiale. La castità è per la gioia del singolo e della Chiesa.
3 - I fatti drammatici debbono far riflettere e prendere misure. I casi dei sacerdoti in difficoltà - e purtroppo talvolta abbandonati a se stessi - hanno suscitato centri “specializzati”, sia riconosciuti istituzionalmente sia spontanei. Nei centri spontanei la dimensione di "accoglienza" di queste situazioni in difficoltà – accoglienza che è il loro punto di forza - se non accompagnate da una forte vigilanza ed un ripristino della robustezza umana del sacerdote fanno danno tanto quanto le intolleranze. Certi centri, spontanei, di accoglienza dei sacerdoti hanno questo di pecca, accolgono ma non aiutano a ristrutturarsi e negano - di fatto - le ferite del peccato originale e attuali e puntano sulle capacità ri-generative che vengono dal di dentro. Affermano una ricerca del bene ineludibile, come se il sacerdote nel peccato o ormai ampiamente ferito, isolato e messo a contatto con se stesso, possa restaurarsi da sé. Questo è un grande errore pedagogico e ancor prima teologico. Dalla fase positiva di accoglienza del primo approccio ci si perde sulle medie e lunghe distanze di un cammino di guarigione. I centri “riconosciuti” istituzionalmente tendono ad essere più rigidi ma non a centrare il problema di fondo che ha il sacerdote e a guarirlo con una consapevolezza sana nella fede, perché la malattia è appunto non solo del singolo ma dell’autocoscienza del sacerdozio. Il punto dolens è la vita fraterna.
4 – Infatti il problema è proprio la solitudine del sacerdote. Supporre un sacerdozio coniugato, per esempio, non solo non aiuterebbe o sanerebbe la questione ma la aumenterebbe. Il sacerdote coniugato non vivrebbe con gioia la sua castità, cioè il suo donarsi al gregge affidato, ma sarebbe ancor più diviso e ancora più solo. Con questo non vogliamo negare la bontà e la fecondità delle tradizioni orientali che presuppongono un accesso al presbiterato di coniugati, come viri probati, ma solo che la risposta al sacerdozio di rito latino e al sacerdozio in genere non è e non può essere la coniugalità ma un ripensare la sua dimensione fraterna.
5 – La risposta ce la dà la sapienza della Chiesa che riconoscendo i “parroci in solidum” – nel Diritto Canonico dell’83 - ha già tracciato una via preziosa. Il sacerdote necessita di una vita fraterna. Tanto più se diocesano. Qualcuno obietterà che tale “disciplina” non si può imporre. Ma proprio qui sta il punto. Bisogna intendere bene cosa significa imporre. Il sacerdozio diocesano va ripensato come un servizio non “monodico” ma di una comunità presbiterale. E’ evidente che il parroco dovrà alla fine prendere decisioni da solo rispetto ai suoi collaboratori parrocchiali nel sacerdozio, ma evidentemente tale decisioni da “solo” sono già il frutto di un vivere fraterno. Questo humus, in realtà, porterebbe giovamento ad una certa linearità pastorale nelle vicarie parrocchiali e nelle diocesi. Non solo. Ma anche una certa itineranza parrocchiale aiuterebbe il fruire della dimensione fraterna. Troppi sacerdoti rimangono per decenni nella stessa parrocchia. Non ci si educa e non si educa alla vita di fede e al fatto reale e decisivo che “siamo pellegrini e forestieri in questo mondo”.
6 – La vita fraterna certo pone dei limiti. Ma insegna anche a non fare deriva su visioni solipsistiche della pastorale. Insegna a confrontarsi e a cogliere il meglio del frutto collegiale nello Spirito. Limiti che invece di “limitare” arricchiscono ed educano. Ci si dimentica che in tempi così narcisistici e malati di protagonismo come i nostri, anche i seminari potrebbero essere vissuti come una tappa per poi aprirsi ad un ministero di protagonismo monodico che dopo un primo entusiasmo “dopante” porta alla solitudine. Quella vera; che davanti alle prime serie difficoltà fa capitolare il sacerdote oppure lo apre a costruirsi doppie vite. Con questo non vogliamo certo negare le responsabilità personali che uno ha davanti al peccato e alla ”schizofrenia” nella fede, ma che i presupposti debbano proprio essere una vita fraterna “semper reformanda” del sacerdozio. Il lavoro che fa satana non è tanto indurre verso il peccato, sia nei riguardi del sacerdozio sia verso le famiglie, ma portare alla solitudine che è isolamento. Il suo progetto è rendere l’uomo disperato e solo. La disperazione porta poi a trovare compensazioni di ogni tipo che nulla hanno a che vedere con la felicità e la gioia del vangelo.
7 – In sostanza l’intuizione “in solidum” ci pare una intuizione ed una pista per il futuro. Non per “lavorare” di più e meglio e coprire una richiesta pastorale con una più alta efficienza operativa, ma proprio per “essere” meglio sacerdoti. Il sacerdote, anche se assume in sé, una forte dimensione simbolica personale, essendo segno particolare ed ontologico, di Cristo Sacerdote, egli però lo è, anche, in una dimensione “relativa” al collegio sacerdotale di cui fa parte, in obbedienza al Suo Vescovo. Questa “conformazione ontologica” personale condivisa va sempre tenuta conto proprio in questi due aspetti: personale e condivisa. L’ontologia non è per sé ma per l’Altro e per l’altro e, nello stesso tempo, con l’altro che è il confratello nel sacerdozio.
8 – La vita fraterna aiuta il sacerdote a condividere il peso di quello che è condivisibile. Certo ci sono e ci saranno alcune questioni che sono coperte dal sigillo sacramentale e dal segreto ma moltissime altre che possono essere condivise e nella condivisione, alla luce di una vita fraterna nello Spirito Santo, si ridimensionano e, nel contempo, rafforzano il sacerdote nel portare quei pesi che solo lui, nella solitudine ontologica del suo ministero può portare. La vita fraterna non è dunque solo un investimento per prevenire, cadute, o peggio ancora, vite sdoppiate, ma ancor prima per vivere meglio la solitudine necessaria in cui il sacerdozio pienamente vissuto immette. La vita fraterna aiuta il sacerdote a cogliere che quella solitudine ontologica in cui è inserito per sola grazia, non ne fa un “eroe romantico” un “superuomo” ma un debitore – verso Dio e verso gli uomini - sostenuto dall’orazione e dalla devozione e da una robusta vita ecclesiale.
9 – Attenzione alla sindrome del “capro espiatorio”. Troppo facilmente davanti a situazione di peccato o anche di “sdoppiamento” di vita ci stracciamo le vesti. Ma questo lo fa solo chi sta all’asilo o ancor più chi non ha fatto veramente presa di coscienza dei propri limiti e del proprio peccato. Questi atteggiamenti sono propri di chi ha una vita spirituale e di auto coscienza povera e meschina.
Pertanto fermezza assoluta su comportamenti immorali e criminali e verso il peccato, accoglienza massima sempre verso il peccatore. Accoglienza che non deve, né può essere, giustificazione ma ripresa di coscienza dell’unicum della persona; quell’unicum che ne fa la preziosità assoluta e che va fatto ri-emergere. Anche le due dimensioni di alcune frangie del cattolicesimo, quelle dei “supercattolici” e quelle dei “ superconcessionisti” fanno sentire il proprio squilibrio. I “supercattolici” si stracciano le vesti e puntano il dito. Ma così facendo alimentano già il manicheismo tanto presente nel mondo contemporaneo che vede sempre il male fuori di sé. Questo, intimamente, li fa sentire buoni e a posto. I superconcessionisti si ammantano di quel buonismo untuoso che è giustificazione e legittimazione di comportamenti illeciti e criminosi, sia civilmente che spiritualmente. Strutturano ideologie relativiste e altrettanto pericolose. Anche a costoro, questo atteggiamento, intimamente, li fa sentire buoni e a posto. Questo infantilismo delle due correnti, volutamente qui estremizzate con slogan, è un danno per la chiesa e per il fratello o la sorella che cade nel peccato o ancor peggio che si è costruito una doppia vita.
10 – La propria coscienza non è un giardino segreto dove uno alimenta scelte autonome e persegue sentieri solipsistici. La coscienza è il luogo dove Dio può parlare, ma anche un luogo che va educato e formato alla luce della Tradizione, della Parola di Dio, del Magistero, di una sana vita ecclesiale e di un rinnovato impegno nello Spirito Santo. La coscienza si forma nella Chiesa e come Chiesa e proprio per questo ne evita sia la sua omologazione alle ideologie correnti, sia quella solitudine che la espone ad una superbia sostanziale incapace di cogliere realmente la voce di Dio e magari ad ingannarsi. Questo è valido per tutti noi battezzati, laici e chierici. L’obbedienza nella fede è principio e cura di ogni solitudine e “collante” autentico della vita fraterna.
Nei limiti di questa breve e inesaustiva riflessione su tematiche così delicate e importanti, ringraziamo per l'attenzione.
Paul Freeman
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Bene ha fatto il portavoce P. Lombardi a ribadire: "Di fronte alla morte di un uomo, un cristiano non si rallegra mai, ma riflette sulle gravi responsabilità di ognuno davanti a Dio e agli uomini e spera e si impegna perché ogni evento non sia occasione di una crescita ulteriore dell'odio, ma della pace" (vd qui)
Bisogna essere grati ai vescovi del Pakistan che ribadiscono "Nell’animo di un cristiano non c’è mai gioia per la morte di un uomo, anche se è un nemico. In occasione della morte di Bin Laden vorrei ricordare il comandamento supremo del messaggio cristiano: amate i vostri nemici" (vd qui)
Perché sebbene la "neutralizzazione" di Osama Bin Laden sia un evento di giustizia, ed un risultato significativo, la morte di un uomo non va festeggiata, mai.
Dietro i festeggiamenti c'è il rischio di celebrare quella mentalità manichea, che impermea il mondo, che i buoni sono tutti da una parte e i cattivi dall'altra e che "distruggere" un nemico sia un modo per negare e nascondere il male che ciascuno ha dentro.
La nostra comunità umana in questo è radicalmente immatura e oggettivamente malata. Il cambiamento del mondo non avviene solo quando si pongono degli atti di giustizia esterni a noi ma quando ciascuno guarda con verità e nell'intimo del proprio cuore e riconosce che è potenzialmente, anche, un nemico dell'uomo. Che è bisognoso di misericordia e di perdono e che non reputa nessuno, neanche i nemici "oggettivi" migliori di sé. Se è onesto con se stesso davanti a Dio lo sa bene.
Questo atteggiamento di verità non nega il perseguimento della giustizia esterna ed oggettiva, in tutte le forme lecite e necessarie, ma ri-significa in maniera radicale la nostra visione della persona, del mondo, delle cose e del creato. La nostra visione sociale e politica.
Qui si costruisce la Pace, nel riconoscere che per primi e dal di dentro abbiamo bisogno di ritornare a Dio e di pregare per ogni nostro nemico.
In ultimo non bisogna dimenticare che proprio perché il male è dentro di noi bisogna combattere ogni forma di terrorismo; sia quello palese che nasce dal fondamentalismo sia quello legittimato "in forma sotteranea" e da chi "mantiene" il potere economico ed ideologico che avvelena il cuore e il cervello con l'omologazione nichilista, contro la vita umana (dal suo sorgere al suo tramontare) e contro la famiglia.
Per questo Giovanni Paolo II non è stato un pacifista ma un uomo di Pace.
Staff ZM