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L'invito di Montini a vivere la cultura come "carità intellettuale" Nel pomeriggio di martedì 18 gennaio viene presentato a Milano, il Catalogo sistematico del Museo diocesano edito da Electa, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, nella collana "Musei e Gallerie di Milano". Partecipano il cardinale arcivescovo Angelo Scola, e il vescovo Franco Giulio Brambilla. Anticipiamo stralci di uno degli interventi.
La difficile ma solidissima fedeltà, con la quale la Banca Commerciale Italiana avviò e oggi Intesa Sanpaolo prosegue l'impegno di catalogare e pubblicare il patrimonio artistico di tutti i musei milanesi, sembra orientarsi a questa medesima finalità e proprio per questo costituisce un contributo di grande e permanente validità per il perseguimento del bene comune, in particolare dell'obiettivo di restituirci la percezione piena del valore dei beni culturali musealizzati, intesi come preziosi riferimenti per la cura, nel tempo, della nostra identità. Nel caso del Museo diocesano l'identità di cui esso si prende cura, anzitutto con lo studio e la catalogazione delle proprie opere d'arte, sino alla loro pubblica esposizione, ha una valenza davvero pregnante e in certo modo duplice, perché alla storia artistica e culturale del territorio correla inestricabilmente la storia delle variegate comunità cristiane della diocesi, vissute nei secoli nella fedeltà alla tradizione, ma anche nella ricerca appassionata e continua di espressioni sempre nuove per celebrare nell'arte l'accoglienza della fede in termini attuali.
Non possiamo qui dimenticare che proprio alcuni grandi arcivescovi di Milano del secolo passato ebbero grande ruolo come committenti di nuove chiese e quindi assunsero la responsabilità del confronto con l'architettura e la società del proprio tempo: Andrea Carlo Ferrari, Alfredo Ildefonso Schuster, Giovanni Battista Montini. E in particolare Montini, affiancato da monsignor Pasquale Macchi, ebbe rinnovata attenzione al tema dell'arte contemporanea e, più in generale, alla cultura da vivere come "carità intellettuale" nel suo tempo di grandi modernizzazioni.
Proprio la carità intellettuale (che aveva ispirato già Federico Borromeo nel fondare l'Ambrosiana) era stata al cuore della spiritualità di Antonio Rosmini, così caro a Paolo VI; e giustamente monsignor Luigi Crivelli - realizzatore e primo presidente del museo - nella biografia che al Montini arcivescovo dedicò dieci anni or sono, ha voluto definire con questa espressione, carità intellettuale, il suo atteggiamento specifico rispetto al mondo della cultura.
La storia del Museo diocesano, dalla prima idea di Schuster, lungo il suo settantennale percorso, sino all'inaugurazione del 5 dicembre 2001, è maturata con difficoltà in un contesto storico di vicende socio-culturali complesse e quindi di scelte pastorali talvolta ardue.
Il catalogo sistematico del museo che oggi ci viene offerto si pone, dunque, non soltanto come un accurato rendiconto scientifico, il compimento insomma del processo che porta il museo, proprio nel suo decennale, alla riconosciuta maturità fra gli altri musei milanesi presenti nella collana di Electa curata da Carlo Pirovano: vero modello di metodo per l'Italia e non solo. Di fatto questo catalogo ci appare infatti consegnato anche alle numerose comunità cristiane della diocesi, che al museo non possono non sentirsi legate; e non soltanto nel caso in cui esso abbia dato protezione e visibilità a opere d'arte che da tali comunità locali provengano, ma soprattutto perché il museo da un decennio si pone - grazie anzitutto al suo direttore e al suo staff scientifico e tecnico, grazie ai suoi volontari - come un servizio concreto per un intenso dialogo con la società contemporanea, provocandola, tramite l'esperienza diretta dell'arte, a riconoscere i suoi bisogni profondi, nel suo continuo mutarsi.
Nella prefazione al catalogo il direttore non esita a chiarire con limpida onestà professionale che il risultato attuale dell'assetto espositivo è il migliore possibile nelle condizioni date, anche se non è il migliore in assoluto; che la realizzazione del quarto braccio è pertanto obiettivo irrinunciabile; e non è facile, aggiungo qui, il raccordo fra le opere raccolte dal territorio e quelle afferenti a preziose collezioni acquisite in dono, a partire da quella arcivescovile, le quali, peraltro, hanno potuto raggiungere il museo e offrirsi al nostro godimento proprio perché il museo è nato e dà prova costante di ben lavorare per la crescita della cultura e la maturazione nella fede cristiana, come aspetti di un'integrata - ma non integralista - proposta di servizio.
Nutro infine l'opinione personale che il futuro del Museo diocesano di Milano possa giovarsi di un coraggioso intervento strategico, che si dispieghi anche fuori dai suoi confini, promuovendo un'interazione costante e intensa nella gestione di numerose collezioni artistiche e storiche di inestimabile valore, per le quali questa diocesi può serbare gratitudine alle generazioni passate.
Senza pretendere di citarle tutte, ritengo che già soltanto evocarne talune, una accanto all'altra (l'Ambrosiana, il Museo del duomo di Milano, il Museo del duomo di Monza, il Museo di Sant'Ambrogio, in parte qui trasferito con oggetti di pregio supremo), e ricordare poi altre collezioni e centri artistici di pregio, come la Galleria d'arte sacra dei contemporanei a Villa Clerici, il Centro San Fedele, le collezioni del Pime, il Museo dei Cappuccini, basti a far intendere quali grandi ricchezze e responsabilità le comunità ecclesiali di questa diocesi si trovino oggi a dover ben amministrare, in una società che diviene sempre più multietnica e pluriculturale, terrorizzata dalla paura dell'impoverimento materiale.
Nessuno, immagino, vorrà credere che la diocesi possa o voglia far tutto da sola; il cardinale arcivescovo lo ha escluso nelle parole e nei fatti con l'incontro del 29 settembre scorso proprio qui, nel Museo diocesano, ricordando che lo stesso servizio dell'autorità "o è collettivo o non è"; parimenti, nessuno potrebbe credere che bastino le soprintendenze per assicurare ovunque la tutela. Nessuno, poi, vorrà ignorare l'inscindibile legame storico, che va sempre curato, tra le opere d'arte musealizzate e quelle delle tante chiese e case religiose della diocesi.
Il catalogo sistematico di questo museo, che oggi ci viene consegnato, mettendoci sotto gli occhi valori assolutamente unici esprime, dunque, nel contesto di tutta la collana dei cataloghi dei musei milanesi, anche un preciso appello alla corresponsabilità di quanti, nelle istituzioni pubbliche e private, così come nelle famiglie e nelle comunità, potrebbero aprirsi a una generosa cooperazione e a un confronto creativo e senza pregiudizi, per continuare a salvaguardare e godere oggi e in futuro quanto i musei ecclesiastici ci offrono.
(©L'Osservatore Romano 18 gennaio 2012)
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Come sottolineato acutamente da Tommaso Scandroglio nell'articolo di oggi della Bussola Quotidiana (qui e che noi riproponiamo qui) alcuni rimedi per salvare dalla crisi del Governo Monti, inerenti le liberalizzazioni, non spostano di un asse i principi fondanti l'economia ma li ri-propongono nei suoi aspetti a-valoriali. L'economia si innesca nella produzione e nel consumo, nella domanda e nell'offerta. Tuttavia non solo questo non è vero per l'economia che prima o poi arriva a produrre i mostri che ben conosciamo - e dalla cui lezione sembra non aver imparato nessuno - e cioè si arriva al collasso, per poi proporre delle toppe salva-crisi e poi ri -arrivare ad altro collasso, ecc all'infinito, ma soprattutto non è vero dal punto di vista dei fondamenti etici del vivere sociale e dell'economia.Noi come ZM e come staff di guidareferendum.it abbiamo sempre sostenuto che il cedimento valoriale ad ideologie disumane, come il marxismo e come il liberismo - quindi sia a sinistra che a destra - produce antropologie dannose. Le quali portano ad ingolfare societario oltre che a disumanità. La nostra Repubblica, ad esempio, come già molte volte accennato, si basa e si fonda sul lavoro. Se uno stato si fonda sul lavoro significa che esso - debitore di occhiolini al marxismo e alla visione liberale - fa del lavoro, o può fare del lavoro il motore primo della democrazia. Ma questo è eticamente fallace ed inesatto. Ciò che fonda uno stato è la prima cellula societaria, cioè la famiglia che ha al centro il bene e il valore primo della persona. Quando si fonda un sistema sociale su altri aspetti ci si suicida valorialmente e poi di fatto. I nostri padri costituenti che hanno scritto con lacrime e fatica la nostra bella costituzione, proprio sul primo capitolo hanno avuto un cedimento di valore. Un cedimento che ha aperto a derive etiche e di fatto successive. Quindi non solo eventuali "cattivi" governi della prima e della seconda repubblica, ma fondamenta e priorità inesatte e smarrite.
Priorità e punti di partenza errati che hanno fatto deviare anche sul modo di essere laici e del modo di essere pienamente laici dei cattolici.
Facciamo un esempio recentissimo. Mons. Mariano Crociata intervenuto a Baida (Palermo) il 3 gennaio 2012 ha detto:
«Fino a quando non
riusciremo a trasmettere che essere
buoni cittadini è dimensione integrante
dell’essere buoni cristiani,
difficilmente riusciremo a far crescere
dei cristiani veri»
Subito i giornali hanno rovesciato i presupposti dicendo che Mons. Crociata ha detto che per essere buoni cristiani occorre essere buoni cittadini. Con l'assurdo etico che ogni buon cittadino è un buon cristiano. Quando invece è vero e ha detto il contrario, e cioè che l'essere buoni cristiani fa essere anche buoni cittadini. Anzi pienamente cittadini. Affermando il contrario di quanto ha detto Mons. Crociata si arriva a sostenere il "cristianesimo anonimo" tanto caro ad alcune - oramai passate ma ancora dannose - pesudo-teologie progressiste. E' proprio il cristianesimo anonimo, la visione liberale - di sinistra e destra - che ha relegato il cristianesimo a "religione personale e fatto privato" che vincola alla schizofrenia.
Per assurdo e per iperbole, buoni parrocchiani ma pessimi cittadini; persone "spirituali" e cittadini politicamente e socialmente assenti. Cittadini con due morali, due teste, due divinità; da una parte Cristo e dall'altra lo Stato, da una parte la Bibbia e dall'altra la Costituzione, si partecipa a cerimonie e processioni ma si è disonesti e magari abortisti. Da questo dualismo si erge poi un'unica morale e religione: il fai-da-te. L'autodeterminazione. Ora questo è inconcepibile e la dottrina sociale della Chiesa non ha mai sostenuto questo dualismo etico fondativo ed operativo. La laicità non significa che nella politica e nella vita pubblica e sociale si debba avere una visione ispirata a valori costituzionali e non alla Verità del Vangelo. Nella vita politica, nella vita sociale nelle scelte pubbliche il linguaggio è certamente diverso - ed è la fatica dell'incarnazione - ma i fondamenti sono i medesimi: la vita buona del Vangelo. Da qui parte una nuova evangelizzazione.
Proprio perché "sei di Cristo" non puoi non amare e operare concretamente per il "luogo" dove la provvidenza ti ha posto, cioè la tua terra, la tua cultura, la tua nazione. Senza retorica ma con grande senso di responsabilità e civiltà.
Questo perché tu che fai politica, che fai l'assessore comunale, il sindaco o lavori nelle forze dell'ordine, o insegni o fai la segretaria, o fai il commesso, o l'operaio o il dirigente, o fai il bancario, possa dare ragione della Speranza che è in te.
Se uno ti chiede a bruciapelo nel nome di chi fai questo e ti comporti così?
Tu possa rispondere immediatamente perché sono di Cristo, sono cristiano e cattolico e non potrei fare altrimenti.
Staff ZM e guidareferendum.it
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- Written by: Paul
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Un aneddoto vero e illuminante.Il "famoso", di allora Carlo Carretto disse, in un quotidiano largamente letto in Italia nella rossa Umbria (*), che aveva vegliato tutta la notte chiedendo al Signore come votare sulla questione del divorzio e che alla fine votò a favore del divorzio dichiarando "no" all'abrogazione.
Risposta di P. Ludovico Profili, nerboruto padre francescano dell'Eremo di Monteluco.. "Caro Carlo, quella notte faceva meglio a dormire!".
Quando la coscienza viene presa come termine ultimo e fondativo accade questo. La coscienza è invece ultimo elemento operativo ma non fondativo. Tale coscienza che fonda su se stessa il Vero è mostruosa e genera dei mostri.
La ragione dorme, l'ideologia trionfa, qualunque essa sia; sia di destra che di sinistra, clericale o laicale. Il fai da te impera ed elegge a proprio "idolo" il relativismo. Sempre a caccia della pace emotiva, della sensazione "new age", dello "star bene", della "misericordite", della "giustizia senza amore".
Cosa diversa il buon senso, che spesso ha l'occhio lungo e che ragiona nell'autenticità, del vero e del bello. E dà la pace autentica.
Infine la preghiera, anche personale, è sempre atto ecclesiale. Si vive "cum-ecclesia". Se dunque si prega in dissenso con la Parola di Dio, con la Tradizione e il Magistero, con una mancanza di sintonia con Pietro... tale preghiera è fallace, ed inganna.
Non importa quanto tu sia in alto o quanto tu sia dotto, rischi di precipitare e "avvoltolarti" nel fango del tuo io ferito.
E mendichi conferma delle tue malate intenzioni ed intuizioni cercando consenso. Qualche malato che ti viene dietro o ti cammina accanto lo trovi sempre ma è una risonanza isterica della superbia. Ed il Peccato Originale, poi, non è così distante nel tempo.
Pertanto come dice l'apostolo "Chi stia in piedi veda di non cadere" (1Cor. 10,12).
* Carretto scriveva sul quotidiano La Stampa del 7 maggio 1974 un articolo (che sembra venisse riprodotto dal PCI in un milione di copie) nel quale testualmente affermava: "Voto no …E Tu, Signore, per chi voti? Mi par di saperlo dalla pace che sento dentro di me". Poi Carretto ritratterà pubblicamente, anche se in maniera ambigua, da come si deduce leggendo l’intervento contenuto nella sua autobiografia (Cittadella editrice, 1992, pp. 337-340), il 3 aprile, giovedì santo del 1975, nella cattedrale di Foligno, davanti al vescovo mons. Siro Silvestri, ma intanto il danno, indubbiamente elevato, era stato prodotto. (fonte: http://www.kattoliko.it/leggendanera/modules.php?name=News&;file=article&sid=518)
Paul
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- Written by: Paul Freeman
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Lo show generalista e "leggero" di Fiorello su Rai 1 è geniale. E' sicuramente un modo bello per far da contenitore al Varietà e nel contempo un modo per fare autentica televisione. Davanti allo scempio fatto da trasmissioni marcate Endemol o ai vari show è una boccata d'ossigeno. Purché però non ci si avventuri nel campo di scelte etiche sensibili. Qui i piani si mischiano e si fa violenza veicolando spot ingannevoli come quello fatto da Fiorello sul preservativo.
Ingannevoli sia perché non è vero che il preservativo salva dall'AIDS (basti leggere le laicissime indicazioni ABC - abstinence, be faithfull, condom); ingannevoli perché tu, showman, stai usando il tuo ruolo pubblico, pagato con soldi pubblici, abusando deontologicamente del tuo ruolo.
Caro Fiorello, come nel passato hai fatto delle scelte sbagliate, nel delirio di onnipotenza - come tu stesso hai più volte onestamente affermato - così sei cascato di nuovo in questo delirio dando una pessima informazione che rivela un impianto etico relativista e diseducativo verso l'educazione alla sessualità e alla vera prevenzione; hai cosificato la vita affettiva e il dramma di una terribile malattia attorno ad un pezzetto di gomma.
Come "Morgano" e "Ariso" ti diciamo: per noi è no! Non fa ridere, non informa, non forma, depaupera il canone tv.
Nel delirio in fin dei conti ti sei omologato, ti sei messo nel carrozzone dei mediocri. Hai risposto a queste critiche su Twitter scrivendo: "non ho parole".
Si, forse sei stato sincero: non hai parole, non hai argomenti su cose così delicate.. pertanto l'altra sera hai perso un'occasione per stare zitto.
Parlando di preservativo... non ti sei preservato e hai fatto svanire tutta la sana leggerezza che il tuo bel show ha portato.
Paul