La questione sull’educazione sessuale a scuola è prima di tutto una questione di metodo.
Diciamocelo chiaramente:
tutti quelli che oggi si strappano le vesti contro l’emendamento che limita l’educazione sessuale a scuola, farebbero le barricate se fosse affidata ad un “intransigente provita” o peggio ad un “cattolico integralista”. O per esempio a me.
Se per sbaglio hai a cuore la persona nella sua interezza — corpo, mente, cuore e spirito —, e ti rifiuti di ridurre la sessualità a una questione di istinto genitale, o di tecnica di “come sfruttare il corpo dell’altro (e il proprio) come fosse un sex toy.”, sei fuori dalla cricca.
E quindi?
La verità è che NON esiste un’educazione sessuale “oggettiva” o “neutra”.
Ogni proposta parte da una visione dell’uomo, dell’amore e della libertà.
E allora perché imporre un modello unico, standardizzato, “uguale per tutti” — che tra l’altro distrugge l’uomo, la sua dignità intrinseca e la sua capacità di amare?
Perché trattare i ragazzi come piccoli robottini, con un modello calato dall’alto, cancellando la peculiarità di ciascuno, la sua unicità irripetibile?
È un modo neanche troppo subdolo per dire che “tutti sono uguali”…
ma nel senso peggiore del termine: uniformi, intercambiabili, privati del proprio volto, del proprio corpo e della propria vocazione all’amore.
Anche gli studi lo confermano — e non servirebbero studi per dire che 2 + 2 = 4 —:
l’educazione sessuale “olistica” è fallita.
Ovunque si sia fatta, non ha risolto nessuno dei problemi che dichiara di combattere.
E — tadan, che scoperta! —
l’unica educazione sessuale che custodisce davvero i giovani da gravidanze indesiderate, malattie e rapporti violenti
è quella che non banalizza il corpo, ma insegna a rispettarlo e custodirlo.
Ad aspettare.
A governare le proprie pulsioni.
A rispettarsi e rispettare.
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• l’altro non è un oggetto, ma una persona da amare;
• il sesso non è pornografia, ma un linguaggio d’amore — con tempi e luoghi adeguati;
• non abbiamo un corpo di cui disporre a piacimento: noi siamo anche il nostro corpo.
Offendere il corpo, usarlo o banalizzarlo significa ferire la persona stessa;
• il consenso è necessario, ma non sufficiente: non basta dire “sì” per rendere giusto ciò che svilisce l’amore;
• la libertà non è fare ciò che si vuole, ma scegliere il bene dell’altro e di sé;
• la propria nudità e vulnerabilità si donano solo a chi promette di restare per sempre — cioè nel matrimonio, tra marito e moglie.
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Per questo l’educazione sessuale si fa in famiglia.
E se la famiglia non ce la fa va sostenuta, accompagnata. Non sostituita.
Io e Stefano non appaltiamo e non appalteremo l’educazione sessuale dei nostri figli a nessuno.
Se saremo in difficoltà chiederemo di essere afficancati, ma non sostituiti.
Neanche da associazioni sane, neanche a persone che stimiamo.
Perchè è misterioso per noi quanto già Michele e Francesco siano diversi. Figurati un estraneo.
La sessualità è un ambito così centrale e profondo della persona che ho il dovere e il privilegio di prendermene cura io —
con il tempo, la fatica, l’accortezza e la delicatezza necessarie. A ciascuno il suo.
Perché la sessualità tocca il mistero della persona.
E il mistero non si spiega: si accoglie, si custodisce, si testimonia.
E in fin dei conti, l’educazione sessuale per eccellenza non si insegna: si testimonia.
Si trasmette con la vita, non con le slide.
Con l’esempio, non con le lezioni.
Con il papà, con il suo sguardo:
- Un’educazione che custodisca, non corrompa; - che formi il cuore, non confonda la mente; - che insegni ad amare, non a usare.
