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Omelie, udienze, documenti del Santo Padre

PACEM, DEI MUNUS PULCHERRIMUM

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Category: Omelie, udienze, documenti del Santo Padre
Published: 23 May 1920
Hits: 1867

LETTERA ENCICLICA
DEL SOMMO PONTEFICE
BENEDETTO XV
AI PATRIARCHI, PRIMATI,
ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA:
LA PACE E LA RICONCILIAZIONE
TRA I CRISTIANI

 

Venerabili Fratelli,
salute e Apostolica Benedizione.

La pace, meraviglioso dono di Dio, « della quale — come afferma Agostino — nessuna cosa, fra quelle terrene e mortali, è più gradita e più desiderabile, nessuna è assolutamente migliore » [1]; la pace, che per più di quattro anni è stata implorata dai voti dei buoni, dalle preghiere dei fedeli e dalle lacrime delle madri, finalmente ha cominciato a risplendere sui popoli, e Noi per primi ne godiamo. Senonché troppe ed amarissime ansie conturbano questa gioia paterna; infatti, se quasi ovunque la guerra in qualche modo è finita e sono stati firmati alcuni patti di pace, restano tuttavia i germi di antiche inimicizie; e voi ben comprendete, Venerabili Fratelli, come nessuna pace possa consolidarsi, come nessuna convenzione possa valere, ancorché escogitate in diuturne e laboriose conferenze e solennemente sottoscritte, se contemporaneamente non si placano gli odi e i rancori per mezzo di una riconciliazione fondata sulla vicendevole carità. Su questo argomento, dunque, che è di estrema importanza per il bene comune, desideriamo intrattenervi, Venerabili Fratelli, e al tempo stesso ammonire scrupolosamente i vostri popoli.

 

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COMMUNIUM RERUM

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Category: Omelie, udienze, documenti del Santo Padre
Published: 21 April 1909
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sant anselmo
LETTERA ENCICLICA
COMMUNIUM RERUM
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO X
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
IN OCCASIONE DELL’VIII CENTENARIO DELLA MORTE
DI SANT’ANSELMO D'AOSTA

Fra le acerbità dei tempi e le recenti calamità che opprimono l’animo Nostro di dolore, Ci è di grato conforto la gara unanime, onde tutto il popolo cristiano è stato testé, e continua ad essere spettacolo al mondo e agli angeli ed agli uomini [1]. La qual gara, se dalla vista delle presenti sventure poté avere eccitamento più pronto, come da causa unica provenne dalla carità di Gesù Cristo Signore nostro. E poiché la carità degna di tale nome non è fiorita nel mondo né può fiorire se non per Cristo, da Cristo solo dobbiamo riconoscere ogni frutto ch’ella reca fra noi, anzi pure fra gli stessi uomini rilassati nella fede o nemici della religione, nei quali, se appare qualche vestigio di carità vera, è tutto merito di quella civiltà che Cristo è venuto a portare nel mondo e che essi non sono riusciti ancora a scacciare in tutto da sé e dalla società cristiana.

Di tanto pietoso concorso di tutte le anime cristiane gareggianti a conforto del padre e a sollievo dei fratelli nelle comuni e private tristezze, è commosso e riconoscente il Nostro cuore più che non si possa esprimere a parole. E sebbene già più volte l’abbiamo significato in particolare ai singoli, non vogliamo ora tardare di rendere a tutti pubblicamente le più vive azioni di grazie, a voi prima, venerabili fratelli, indi per mezzo vostro ai fedeli tutti alle vostre cure affidati.

E parimenti intendiamo protestare pubblicamente la Nostra gratitudine per tante e così luminose dimostrazioni di amore e di ossequio che Ci diedero i Nostri figli carissimi in ogni parte del mondo cattolico, in occasione del Nostro giubileo sacerdotale. Esse riuscirono gratissime al Nostro cuore non tanto per il riguardo Nostro quanto per quello della religione e della Chiesa, perché furono testimonianza di fede, intrepidamente professata, quasi a riparazione sociale e ad ossequio pubblico reso a Cristo e alla sua Chiesa nella persona di Colui che il Signore ha posto a governare la sua famiglia. Ma anche altri frutti, per questo rispetto, Ci confortarono grandemente. Così le feste onde tante diocesi del Nord dell’America ricordarono con religiose solennità il primo centenario della loro erezione, benedicendo il Signore, che aveva chiamato tante anime alla luce della verità nel seno della cattolica Chiesa; così lo stupendo omaggio, ripristinato a Cristo presente nella divina eucaristia, da migliaia e migliaia di credenti col concorso di molti Nostri venerabili fratelli e del Nostro stesso legato, sul suolo della nobilissima isola d’Inghilterra; e così anche le consolazioni della perseguitata Chiesa di Francia al mirare gli splendidi trionfi dell'Augusto Sacramento, particolarmente nel santuario di Lourdes, delle cui origini godemmo pure di vedere celebrato così solennemente il cinquantesimo anniversario. Per questi e altri fatti è bene appaia a tutti, e si persuadano i nemici della fede cattolica, come lo splendore delle cerimonie e il culto della Augusta Madre di Dio, e gli stessi filiali omaggi resi al sommo Pontefice, sono tutti rivolti in fine alla gloria di Dio e alla salute degli uomini medesimi col trionfo del regno di Dio in mezzo a loro, perché sia Cristo in ogni cosa e in tutti [2]. Questo trionfo di Dio sulla terra, che deve avverarsi negli individui e nella società, sta appunto in quel ritorno degli uomini a Dio mediante Cristo, e a Cristo mediante la Chiesa, che Noi abbiamo annunziato come il programma del Nostro pontificato nel rivolgervi la prima volta la parola con la lettera enciclica E supremi Apostolatus Cathedra [3], e di poi altre volte ripetutamente. A questo ritorno fiduciosi Noi miriamo e ad affrettarlo indirizziamo i Nostri propositi e desideri, come ad un porto in cui si quietino anche le tempeste della vita presente. Né per altro motivo, appunto, Ci sono grati gli omaggi resi alla Chiesa nella Nostra umile persona. se non perché, con l’aiuto di Dio, sono indizio di tale ritorno delle nazioni a Cristo e di più intensa e pubblica adesione a Pietro e alla Chiesa.

La quale intensità di adesione non è certo d’ogni età e d’ogni condizione d’uomini nel grado stesso o nelle stesse manifestazioni esteriori. Ma certo si può ben dire ch’essa, per una disposizione provvidenziale, diviene tanto maggiore, quanto più avversi corrono i tempi, sia contro la sana dottrina o contro la disciplina sacra o contro la libertà della Chiesa. E di siffatta unione ci diedero esempio in altri secoli i santi all’infuriare delle persecuzioni contro il gregge di Cristo o all’imperversare dei vizi nel mondo, mentre a questi mali Iddio venne opponendo, conforme al bisogno, la loro virtù e sapienza. Fra tali santi uno soprattutto vogliamo ora ricordare, del cui glorioso transito ricorre quest’anno l’ottavo centenario, S. Anselmo d’Aosta, Dottore della Chiesa, della dottrina e dei diritti della Chiesa acerrimo difensore, prima quale monaco e abate in Francia, indi quale arcivescovo Cantuariense e primate in Inghilterra. Né certo sarà inopportuno, dopo le feste giubilari celebrate con insolito splendore a onore di due altri santi Dottori della Chiesa, Gregorio Magno e Giovanni Crisostomo, splendore l’uno della Chiesa occidentale e l’altro della orientale, fermarci pure a contemplare quest’altra stella che, se differisce in chiarezza [4] dalle due precedenti, emulandole tuttavia nelle sue ascensioni, vibra intorno luce di dottrina e di esempi non meno efficace. Che anzi la potrebbe dire taluno sotto qualche rispetto più efficace, in quanto Anselmo maggiormente si accosta a noi di tempo, di schiatta, d’indole, di studi, e più somigliano ai tempi nostri sia il genere di lotte superate, sia la forma di azione pastorale da lui attuata, sia il metodo d’insegnamento applicato e largamente promosso per sé, per i suoi discepoli, e per i suoi scritti, tutti composti a difesa della religione cristiana, a profitto delle anime e a norma di tutti i teologi, che poi insegnarono le sacre lettere col metodo della scuola [5]. Onde, come nell’oscurità della notte, mentre altre stelle tramontano, altre ne sorgono a rischiarare il mondo, così ad illustrare la Chiesa succedono ai padri i figli. Fra essi rifulse, come astro chiarissimo, Sant’Anselmo.

E certamente fra le tenebre di errori e di vizi dell’età in cui visse, apparve Anselmo ai migliori suoi contemporanei quale un faro di santità e di sapere. Fu egli infatti come un principale sostegno della fede, uno splendore della Chiesa, ... una gloria dell’episcopato, un uomo che tutti aveva superato i migliori personaggi del suo tempo [6]. — Sapiente buono, splendido oratore, chiaro ingegno, venne in tal fama, da meritare che si scrivesse di lui, nessuno al mondo aver potuto dire: Anselmo è a me inferiore, e mi somiglia: onde riuscì egli accetto a re, a prìncipi, a sommi pontefici, nonché ai suoi religiosi fratelli e al popolo fedele, anzi avuto caro dagli stessi suoi nemici. A lui, ancora abate, scrisse il grande e fortissimo Pontefice Gregorio VII lettere piene di stima e di affetto, raccomandando sé e la Chiesa cattolica alle orazioni di lui [7]. A lui scrisse Urbano II, riconoscendone la prerogativa di religione e di scienza [8]. A lui e di lui molte volte Pasquale II con particolare cordialità, esaltandone la riverenza della devozione, la vigorìa della fede, la insistenza della sollecitudine pia, riconoscendone l’autorità della religione e della sapienza [9], che lo persuadeva ad annuire alle richieste della fraternità sua; chiamandolo ben anche sapientissimo e religiosissimo fra tutti i vescovi d’Inghilterra.

Eppure agli occhi propri Anselmo non apparirà mai altro che omicciuolo spregevole, omiciattolo ignoto, uomo di troppo poca scienza, di vita peccatore. Né però tanta modestia di animo e umiltà sincerissima sminuiva punto l’altezza dei suoi pensieri e la grandezza del cuore, come sogliono giudicare gli uomini depravati di vita e di giudizio, dei quali dice la Scrittura, che l’uomo animale non capisce le cose dello spirito di Dio [10]. E, cosa ancora più mirabile, la magnanimità e la costanza invitta, benché provata da tante persecuzioni, contraddizioni, esigli, andò unita in lui ad una tale mitezza e amabilità che sopiva gli sdegni dei suoi stessi avversarii e gliene conciliava infine gli animi esacerbati. Sicché quei medesimi, a cui la sua causa era molesta, lodavano lui, perché era buono [11].

Così in lui si accordavano mirabilmente le parti che il mondo stima falsamente inconciliabili e contraddittorie: semplicità e grandezza, umiltà e magnanimità, forza e soavità, scienza infine e pietà; onde, come negli inizi così in tutto il corso della sua vita religiosa, era stimato da tutti in singolar modo, quale modello di santità e di dottrina [12].

Né questo doppio merito di Anselmo si restrinse fra le pareti domestiche o nel giro della scuola, ma di qui, come da militare palestra, uscì a mostrarsi in campo aperto. Poiché, avendo Anselmo incontrato tempi così difficili, come accennavamo, ebbe a sostenere lotte fortissime a favore della giustizia e della verità. Egli, di animo tutto propenso alla contemplazione e agli studi, dovette immergersi nelle più svariate e gravi occupazioni, anche in quelle del governo della Chiesa, ed essere così travolto nelle più torbide vicende dell’età sua agitata. D’indole dolce e mitissima, per amore della sana dottrina e della santità della Chiesa, dovette rinunziare alla vita di pace, alle amicizie dei potenti, ai favori dei grandi, alla concorde affezione, che prima godeva, dei suoi stessi fratelli di vita religiosa e di episcopato; vivere in contrasti diuturni, in angustie di ogni fatta. Così, trovata egli l’Inghilterra piena di odi e di pericoli, dovette resistere vigorosamente contro re e prìncipi usurpatori e tiranni della Chiesa e dei popoli, contro ministri fiacchi o indegni dell’officio sacro, contro l’ignoranza e i vizi dei grandi e delle plebi, sempre acerrimo vindice della fede e della morale, della disciplina e della libertà, della santità quindi e della dottrina della Chiesa di Dio; ben degno perciò di quest’altro encomio del già citato Pasquale: Sieno grazie a Dio, perché in te perdura sempre l’autorità del vescovo, e sebbene posto fra barbari non cessi dall’annunziare la verità né per violenza di tiranni. né per favore di potenti, né per accensione di fuoco, né per oppressione di mano. E altra volta: Esultiamo, perché, dandoti aiuto la grazia di Dio, né le minacce ti scuotono, né le promesse ti smuovono [13].

Per queste cose tutte è ben giusto che anche Noi, venerabili fratelli, ad otto secoli d’intervallo, esultiamo, come il Nostro Predecessore Pasquale, e, facendo eco alla sua voce, rendiamo grazie a Dio. Ma insieme Ci è caro di confortar voi pure a fissare lo sguardo a questo luminare di dottrina e di santità, che, sorto in Italia, rifulse per più di un trentennio alla Francia, per più di quindici anni all’Inghilterra; e infine alla Chiesa tutta, quale comune presidio e decoro.

Che se grande fu Anselmo nelle opere e nelle parole, se cioè, nella scienza e nella vita, nella contemplazione e nell’azione, nella pace e nella lotta procurò splendidi trionfi alla Chiesa e vantaggi insigni alla civile società, tutto si ha da riconoscere dalla sua intima adesione a Cristo e alla Chiesa in tutto il corso della sua vita e del suo magistero.

Queste cose rammemorando, venerabili fratelli, con particolare attenzione nella solenne ricordanza di un tanto dottore, ne ritrarremo preclari esempi e da ammirare e da imitare. Anzi da tale considerazione attingeremo altresì un vivo incoraggiamento e conforto nelle cure affannose del governo della Chiesa e della salute delle anime, per non venir mai meno al nostro debito di cooperare con ogni sforzo, perché siano restaurate tutte le cose in Cristo, perché sia formato Cristo nelle anime tutte [14], massimamente in quelle che sono la speranza del sacerdozio, per sostenere costantemente la dottrina della Chiesa, per difendere infine strenuamente la libertà della sposa di Cristo, la santità dei suoi diritti divini, la pienezza insomma di quei presìdi che la tutela del sacro Pontificato richiede.

Perocchè, voi vedete, venerabili fratelli, e ne avete spesso gemuto con Noi, quanto siano tristi i tempi in cui siamo caduti, quanto gravose le condizioni in cui dobbiamo trovarci. Anche fra gli infortunii pubblici che ne recarono estremo affanno, Ci siamo sentiti inacerbire il dolore da avventate calunnie contro il clero, quasi che si fosse mostrato indolente al soccorso nella calamità; dagli ostacoli frapposti perché non apparisse la benefica azione della Chiesa a pro di figli desolati; dal disprezzo della sua stessa cura e provvidenza materna. Non parliamo poi di altre opere tristi, a danno della Chiesa o macchinate con subdola astuzia o  con empio ardimento consumate, calpestando ogni diritto pubblico, ogni Legge anzi di equità e di onestà naturale. Il che massimamente fu enorme eccesso di malvagità in quei paesi che ebbero già dalla Chiesa maggiore luce di civiltà. Perché qual cosa più brutale che vedere tra quei figli, cui la Chiesa crebbe e accarezzò quasi suoi primogeniti, suo fiore e suo nerbo, vederne alcuni drizzare furiosi le armi contro il seno della Madre che li ha tanto amati? — E non v'ha molto da consolarci per lo stato di altri paesi: la guerra medesima, benché in varia forma, o infuria o minaccia per via di tenebrose macchinazioni. Si vuole insomma universalmente, nelle nazioni che più debbono alla cristiana civiltà, spogliare la Chiesa dei suoi diritti, si vuole trattarla come non fosse punto, di natura e di diritto, società perfetta, quale fu istituita da Cristo medesimo, riparatore della nostra natura; si vuole annientato il suo regno che, sebbene primariamente e per diretto riguardi le anime, non giova però meno alla loro salvezza eterna che alla sicurezza della civile prosperità; si vuole con ogni sforzo che in luogo del regno di Dio spadroneggi, sotto mentito nome di libertà, la licenza. E pur di far trionfare con l’impero delle passioni e dei vizi la pessima di tutte le schiavitù, trascinando a precipizio nell’estrema rovina i popoli — perché il peccato fa miseri i popoli [15] — non si cessa di gridare: Non vogliamo che egli regni sopra di noi [16]. Quindi cacciati da paesi cattolici gli Ordini Religiosi, che furono alla Chiesa in ogni tempo di ornamento e difesa, e promotori delle opere più benefiche di scienza e di civiltà fra le nazioni barbare e le civili; quindi indeboliti o ristretti al possibile i suoi benèfici istituti, sprezzati e derisi i suoi ministri, anzi ridotti, ove sia dato, all’impotenza, all’inerzia; chiuse loro o rese estremamente difficili le vie della scienza e del magistero, massime nell’allontanarli gradatamente dall’istruzione ed educazione della gioventù; messe in difficoltà tutte le opere cattoliche tutte di pubblica utilità; scherniti, perseguitati o depressi anche i laici egregi, di professione apertamente cattolica, quasi classe inferiore o reietta, finché venga il giorno, che si vuole affrettato con leggi sempre più inique e con abietti provvedimenti, di deferirli come nemici dello stato e sbandirli anche dalle ultime manifestazioni sociali. E si vantano gli autori di questa guerra, tanto subdola insieme e spietata, di muoverla per amore di libertà, di civiltà, di progresso; e, a crederli, pure per carità di patria: simili anche in questa menzogna al loro padre, il quale fu omicida fin da principio, e quando parla con bugia, parla da par suo, perché egli è bugiardo [17], e ardente di odio insaziabile contro Dio e contro il genere umano. Uomini di fronte proterva costoro, che cercano di dar parole e tendere insidie agli ingenui. Non dolce amore di patria, o ansiosa cura del popolo, non altro nobile intento o desiderio di cosa buona che sia, muove costoro alla guerra accanita; ma odio cieco contro Dio e contro quella società divina che è la Chiesa. Da questo odio prorompe l’insano proposito di veder la Chiesa fiaccata ed esclusa dalla vita sociale; da questo odio l’ignobile sfogo di gridarla morta e tramontata, mentre non si cessa di muoverle guerra; anzi pure l’audacia e la insensatezza di rinfacciarle, dopo spogliatala d’ogni libertà, che per nulla più conferisca al benessere della società, alla felicità della patria. Dallo stesso odio viene pure l’astuto dissimulare o il tacere affatto le più aperte benemerenze della Chiesa e della sede apostolica, se pure non si rivolgono le nostre beneficenze in argomento di sospetti, d’insinuazioni, di suggestioni, che s’infiltrano con arte astuta negli orecchi e negli animi della moltitudine, spiando e travisando ogni atto e detto della Chiesa, quasi fosse un pericolo imminente alla società; invece di riconoscere, com’è indubitato, che i progressi della genuina libertà e della civiltà più sincera sono da Cristo principalmente, per opera della Chiesa.

Di questa guerra che freme al di fuori, mossa da nemici esterni, per la quale o ad oste schierata e con aperte battaglie, o con arte subdola e coperte insidie, dappertutto scorgiamo la Chiesa pigliata d’assalto, abbiamo più volte premunito la vostra vigilanza, venerabili fratelli, e ancora nella Nostra allocuzione pronunziata in Concistoro il 16 dicembre 1907.

Ma con non minore severità e dolore abbiamo dovuto denunziare e reprimere un altro genere di guerra, intestina bensì e domestica, ma quanto meno palese ai più, tanto maggiormente pericolosa. Mossa da figli snaturati, che si annidano nel seno stesso della Chiesa per lacerarlo silenziosamente; questa guerra mira più direttamente alla radice, all’anima della Chiesa: mira ad intorbidare le sorgenti tutte della pietà e della vita cristiana, ad avvelenare le fonti della dottrina, a disperderne il deposito sacro della fede, a sconvolgere i fondamenti della costituzione divina: volta in dileggio ogni autorità così dei romani pontefici come dei vescovi a dare nuova forma alla Chiesa, nuove leggi, nuovi diritti, secondo i placiti di mostruosi sistemi; insomma tutta deformare la bellezza della sposa di Cristo, per il vano bagliore di una nuova cultura, che è scienza di falso nome, da cui l’apostolo ci mette in guardia ripetutamente: Badate che nessuno vi raggiri per mezzo di una filosofia vuota e ingannatrice, secondo la tradizione degli uomini, secondo i principi del mondo e non secondo Cristo [18].

Da questa falsa filosofia e da questa mostra di vuota e fallace erudizione, congiunta ad una somma audacia di critica, sedotti alcuni svanirono nei loro pensieri [19], e, rigettata la buona coscienza, fecero naufragio intorno alla fede [20]; altri si vanno dibattendo miseramente tra i flutti del dubbio, né sanno essi medesimi a qual lido approdare; altri, sprecando tempo e studi, si perdono dietro a ciance astruse, onde poi si alienano dallo studio delle cose divine e dalle sincere fonti della dottrina. Né, sebbene denunziato già più volte e smascheratosi infine per gli eccessi medesimi dei suoi fautori, questo semenzaio di errori e di perdizione (che ebbe volgarmente dalla sua smania di malsana novità il nome di modernismo) cessa di essere male gravissimo e profondo. Esso cova latente, come veleno, nelle viscere della società moderna, alienatasi da Dio e dalla sua Chiesa, e massimamente serpeggia come cancro in mezzo alle giovani generazioni, naturalmente più inesperte e spensierate. Non è esso infatti una conseguenza di studi seri e di scienza vera, giacché non vi può essere dissenso vero tra la ragione e la fede [21]; ma è effetto dell’orgoglio intellettuale e dell’aria pestifera che si respira, di ignoranza o cognizione tumultuaria delle cose di religione, mista alla stolta presunzione di parlarne e discuterne. E tale infezione malefica è poi fomentata dallo spirito dell’incredulità e della ribellione a Dio; onde chiunque è preso da questa cieca frenesia di novità pretende bastare a sé stesso, scuotere da sé palesemente o ipocritamente ogni giogo di autorità divina, foggiandosi poi a capriccio una sua religiosità vaga, naturalistica, individuale, che del cristianesimo simuli il nome e la parvenza, non ne abbia punto la verità e la vita.

Ora in tutto ciò non è difficile ravvisare una delle tante forme della guerra eterna che si combatte contro la verità divina, e che ora si muove tanto più pericolosamente, quanto più insidiose sono le armi palliate di religiosità nuova, di sentimento religioso, di sincerità, di coscienza, onde uomini ciarlieri si affannano a cercare conciliazione tra le cose più disparate, come tra il delirare della scienza umana e la fede divina, tra l’ondeggiare frivolo del mondo e la dignitosa costanza della Chiesa.

Ma se tutto ciò voi vedete e con Noi deplorate amaramente, venerabili fratelli, non però ne cadete di animo, o v’indebolite di speranza. Voi non ignorate quanto gravi lotte abbiano recato al popolo cristiano altri tempi, benché diversi certamente dai nostri. Basta che ritorniamo per poco col pensiero all’età in cui visse Anselmo, così piena di difficoltà, come appare dagli annali della Chiesa. Vi fu allora veramente da lottare per la religione e la patria, cioè a dire per la santità del diritto pubblico, per la libertà, la civiltà, la dottrina, di cui la Chiesa sola era maestra e vindice alle nazioni; vi fu da rintuzzare la violenza di prìncipi, che si arrogavano di conculcare i diritti più sacri; da sradicare i vizi, l’ignoranza, la rozzezza del popolo stesso, non ancora spogliato in tutto dell’antica barbarie e ricalcitrante bene spesso all’opera educatrice della Chiesa; infine da rialzare una parte del clero, o fiacco o sregolato nella sua condotta, siccome quello che non di rado era scelto a capriccio e con perversa elezione da prìncipi, da essi dominato e ad essi ligio in ogni cosa.

Tale era lo stato delle cose segnatamente in quei paesi, a cui benefizio spese Anselmo l’opera sua in modo più speciale, sia con l’insegnamento del maestro, sia con l’esempio del religioso, sia con la vigilanza assidua e la molteplice industria dell’Arcivescovo e del Primate. Poiché sopra tutto sperimentarono i singolari benefizi di lui le province della Gallia, che erano cadute da pochi secoli in potere dei Normanni, e le isole Britanniche, da pochi secoli venute alla Chiesa. Le une e le altre, state già tanto sconvolte da rivoluzioni interne e da guerre esterne, dettero occasione a rilassatezza nei regnanti e nei sudditi, nel clero e nel popolo.

Di simili abusi del loro secolo fortemente si lamentavano gli uomini insigni di quell’età, come Lanfranco, già maestro e poi Predecessore di Anselmo nella sede di Cantauriense; e più ancora i Pontefici Romani, fra i quali basti ricordare l’invitto Gregorio VII, campione intrepido della giustizia nella difesa della libertà della Chiesa e della santità del clero. Forte del loro esempio ed emulo del loro zelo, se ne doleva pure energicamente Anselmo, così scrivendo ad un principe sovrano della sua gente, e che godeva dirsi a lui congiunto per consanguineità e affetto: Vedete, mio carissimo signore, in qual modo la Chiesa di Dio, nostra madre, che Iddio chiama sua bella amica e sposa diletta, è calpestata dai prìncipi malvagi; in qual modo è tribolata per loro dannazione eterna da quelli ai quali fu raccomandata da Dio come a protettori che la difendessero; con quale presunzione questi medesimi usurparono ai loro propri usi le cose di lei; con quale crudeltà riducono a schiavitù la libertà di lei, con quale empietà sprezzano e disperdono la legge e la religione di lei. Ma essi, sdegnando di essere ubbidienti ai decreti dell’Apostolico, fatti a difesa della religione cristiana, si convincono certo disubbidienti a Pietro apostolo, del quale egli tiene le veci, anzi a Cristo, il quale a Pietro raccomandò la sua Chiesa. ... Perché quelli che non vogliono essere soggetti alla legge di Dio, senza dubbio sono riputati nemici di Dio [22]. Così egli, e così l’avessero ascoltato sempre i successori e nepoti di quel fortissimo principe, l’avessero ascoltato altri sovrani e popoli da lui tanto amati, premuniti, beneficati.

Ma le persecuzioni medesime, l’esilio, le spogliazioni. gli stenti e le fatiche di lotte accanite, particolarmente nella sua vita episcopale, non solo  mai non iscossero, ma sembrarono sempre radicare in Anselmo più profondo l’amore della Chiesa e dell’Apostolica Sede. Non temo l’esilio, non la povertà, non i tormenti, non la morte, perché, confortandomi Iddio, a tutte queste cose è preparato il mio cuore per l’obbedienza della Sede Apostolica e per la libertà della Chiesa di Cristo madre mia [23], così egli scriveva al Nostro Predecessore Pasquale in mezzo alle sue prove più angosciose. Che se egli ricorre per protezione e aiuto alla cattedra di Pietro, ciò è solo per questo: affinché mai per mio mezzo e per mia causa resti indebolita la costanza della religiosità ecclesiastica e dell’apostolica autorità, com’egli significa scrivendo a due prelati illustri della Chiesa romana. E ne assegna questa ragione, che è per Noi la tessera della fortezza e dignità pastorale: Voglio piuttosto morire e, finché avrò vita, andare piuttosto oppresso da ogni sorta di penuria nell’esilio, anziché vedere offuscata in qualsiasi modo, per causa mia o per mio esempio, l’onoratezza della Chiesa di Dio [24].

Questa onoratezza, libertà e purità della Chiesa ha egli sempre al primo posto dei suoi pensieri; questa affretta coi sospiri, con le preghiere, i sacrifici; questa promuove quanto più possibile, sia nella resistenza vigorosa sia nella pazienza virile, e la difende con l’azione, con gli scritti e con la voce. Questa medesima raccomanda con forti e soavi parole ai monaci suoi fratelli, ai vescovi, ai chierici, a tutto il popolo fedele; ma con più severità a quei prìncipi, che più la calpestavano a immenso danno loro proprio e dei loro sudditi.

Ora tali nobili voci di sacra libertà tornano bene opportune ai nostri giorni, sulle labbra di quelli che lo Spirito Santo ha posto a reggere la Chiesa di Dio [25]; tornano opportune anche quando, per la fede illanguidita o la perversità degli uomini o la cecità dei pregiudizi, non avessero da trovare ascolto. A Noi è rivolta (e voi ben lo sapete, venerabili fratelli), a voi è rivolta in singolar modo la parola del Signore: Grida, non darti riposo: alza quale tromba la tua voce [26]; e soprattutto nel tempo in cui anche l’Altissimo fece udire la sua Voce [27] nello stesso fremito della natura e nelle tremende calamità: voce del Signore che scuote la terra, voce che suona monito terribile per insegnarci la lezione dura alle nostre orecchie, che quanto non è eterno è un nulla e che non abbiamo qui città stabile ma andiamo cercando la futura [28]; voce però non solo di giustizia, ma di misericordia e di salutare richiamo alle nazioni traviate. Fra queste pubbliche sventure noi dobbiamo gridare più alto e intimare le verità grandi della fede non solo ai popoli, agli umili, agli afflitti, ma ai potenti altresì, ai gaudenti, agli arbitri e consiglieri delle nazioni; intimare a tutti le grandi verità, che la storia conferma con le sue terribili lezioni di sangue; come questa che il peccato fa miseri i popoli [29], - I potenti saranno tormentati potentemente [30], onde quel monito del Salmo II: Or dunque, o re, fate senno; lasciatevi ammonire, o giudici della terra. Servite a Dio con timore... Abbracciate la disciplina affinché il Signore non si sdegni, e voi andiate perduti nella via. E di tali minacce sono da aspettarsi più acerbe le conseguenze, quando le colpe sociali si moltiplicano, quando il peccato dei grandi e del popolo sta anzitutto nella esclusione di Dio e nella ribellione alla Chiesa di Cristo: duplice apostasia sociale, che è fonte lacrimevole di anarchia, di corruzione, di miserie senza fine per gli individui e per la società.

Che se delle colpe siffatte noi possiamo divenire partecipi col silenzio stesso e con l’indolenza, cosa purtroppo non rara anche fra i buoni, ognuno dei sacri pastori stimi detto a sé per la difesa del suo gregge, ed agli altri inculchi opportunamente ciò che Anselmo scriveva al potente principe delle Fiandre: Prego, scongiuro, ammonisco, consiglio, quale fedele dell’anima vostra, mio signore, e come in Dio veramente amato, che non crediate mai vada sminuita la dignità dell’altezza vostra, se amate e difendete la libertà della sposa di Dio e madre vostra, la Chiesa; né pensiate di umiliarvi se l’esaltate, né crediate d’indebolirvi se la fortificate. Vedete, guardate intorno; gli esempi sono alla mano: considerate i prìncipi che la impugnano e la conculcano, a che cosa profittano, a che punto giungono? È chiaro abbastanza: non occorre dirlo [31]. E questo spiega anche più chiaramente con la sua solita forza e soavità insieme, al forte Baldovino, re di Gerusalemme: Siccome amico fedelissimo vi prego, vi ammonisco, vi scongiuro, e prego Iddio, che vivendo sotto la legge di Dio, sottomettiate per tutte le cose la volontà vostra alla volontà di Dio. Perché allora voi regnate in verità per vostro bene, se regnate secondo la volontà di Dio. Né datevi a credere, come fanno molti cattivi re, che a voi la Chiesa di Dio sia stata data come a signore perché vi serva, ma raccomandata come ad avvocato e a difensore. Nulla ama Iddio maggiormente in questo mondo, che la libertà della sua Chiesa. Quelli che vogliono a lei non tanto giovare quanto dominare, senza dubbio mostrano di contrariare Dio. Iddio vuole che la sua sposa sia libera non già schiava. Quelli che la trattano e la onorano come figli, mostrano di essere veramente figliuoli di lei e figliuoli di Dio. Quelli invece che la padroneggiano quasi soggetta, si rendono a lei non figli ma stranieri e perciò giustamente vanno esclusi dalla eredità e dalla dote a lei promessa [32]. — Così egli sfogava l’animo suo pieno di amore per la Chiesa; così mostrava il suo ardore per la difesa della libertà, tanto necessaria nel governo della famiglia cristiana e cara a Dio, come affermava lo stesso egregio dottore in quella concisa ed energica sentenza: Nulla ama Iddio maggiormente in questo mondo, che la libertà della sua Chiesa. Né possiamo Noi, venerabili fratelli, aprirvi meglio l’animo Nostro che ripetendo queste belle parole.

E parimenti opportuni ci cadono altri avvertimenti dello stesso santo inculcati ai potenti. Così, ad esempio, scriveva alla regina d’Inghilterra Matilde: Se volete rettamente, bene ed efficacemente rendere grazie col fatto stesso a Dio, prendete in considerazione quella regina che a lui piacque scegliersi sposa da questo mondo... Questa, dico, considerate, questa esaltate, onorate, difendete, perché possiate con questa e in questa sposa piacere a Dio, e con lei vivere regnando nella beatitudine eterna [33]. E massimamente quando v’incontriate in qualche figlio che gonfio della potenza terrena vive immemore della madre, o a lei avversario e ribelle, allora è da ricordare che: a voi appartiene il suggerire di frequente, opportunamente e importunamente, questi e altri siffatti avvertimenti, e suggerire che egli mostri di essere non padrone ma avvocato, non figliastro ma figliuolo della Chiesa [34]. A noi pure, a noi soprattutto, conviene inculcare quell’altro detto di Anselmo, così nobile e paterno: Quando sento qualche cosa di voi che non piace a Dio e a voi non è conveniente, se tralascio di ammonirvi, non temo Iddio e non amo voi come debbo [35]. — E specialmente quando ci venisse all’orecchio che trattate le chiese, che sono in vostro potere, diversamente da quello che conviene ad esse e all’anima vostra, allora dovremmo imitando Anselmo, di nuovo pregare e consigliare e ammonire che ripensiate a queste cose con diligenza e se la vostra coscienza vi attesterà essere in esse qualche cosa da correggere, vi affrettiate a correggerla [36]. — Poiché nulla è da trascurare di ciò che si può correggere, mentre Iddio chiede conto a tutti non solo del male che fanno, ma anche del non correggere i mali che possono correggere. E quanto hanno più potere da correggere, tanto più rigorosamente Iddio esige da essi, che secondo la potestà loro comunicata misericordiosamente, vogliano e facciano bene… "Che se voi non potete fare tutte le cose al tempo stesso, non dovete per questo smettere lo sforzo di profittare dal meglio al meglio, perché Iddio vuole benignamente condurre a perfezione i buoni propositi e i buoni sforzi e con beata pienezza retribuirli [37].

Questi e altri simili moniti, sapientissimi e santissimi, che Anselmo dava anche ai signori e ai re della terra, bene possono ripeterli pastori e prìncipi della Chiesa, come naturali difensori della verità, della giustizia, della religione nel mondo. Certo gli ostacoli sono venuti accumulandosi ai nostri tempi enormemente, sì che appena resta luogo dove muoverci senza impaccio e senza pericolo. Perché, mentre il vizio e l’empietà si lasciano spadroneggiare per ogni dove con sfrenata licenza, con fiera ostinazione si mettono i ceppi alla Chiesa, e ritenuto a scherno il nome di libertà, con sempre nuove arti si moltiplicano impedimenti all’opera nostra e a quella del nostro clero: sicché nessuna meraviglia se non potete fare tutte le cose insieme a correzione dei traviati, a soppressione degli abusi, a promozione delle rette idee e del retto vivere, a sollievo infine dei mali che aggravano la Chiesa.

Ma confortiamoci: vive Iddio e farà che tutte le cose si volgano in bene per quelli che amano Dio [38]: anche da questi mali egli trarrà il suo bene, e sui tanti ostacoli, opposti dalla umana perversità, farà rifulgere più splendido il trionfo dell’opera sua e della sua Chiesa. È questo il consiglio mirabile della sapienza divina: queste le imperscrutabili sue vie [39] nel presente ordine di Provvidenza — poiché i pensieri miei non sono i pensieri vostri; né le vie vostre, le vie mie, dice il Signore [40], — che la Chiesa di Cristo rinnovi sempre più in sé la vita del suo Istitutore divino, il quale tanto patì, e in certo modo dia compimento a ciò che rimane dei patimenti di Cristo [41]. Quindi la sua condizione di militante in terra è quella appunto di vivere in mezzo alle difficoltà, alle lotte, alle molestie continue, e così entrare nel regno di Dio per via di molte tribolazioni" [42], ricongiungendosi con quella già trionfante nei cieli.

Il che ci spiega pure assai opportunamente Anselmo nella sua omelia sopra le parole di Matteo: Gesù obbligò i suoi discepoli a montare nella navicella. Secondo la intelligenza mistica viene descritto sommariamente lo stato della Chiesa dalla venuta del Salvatore sino alla fine del mondo.... La nave dunque era sbattuta dai flutti in mezzo al mare, mentre Gesù dimorava sulla vetta del monte; perché da quando il Salvatore ascese al cielo, la santa Chiesa è stata agitata da grandi tribolazioni in questo mondo, sbattuta da svariate tempeste di persecuzioni, e da perversità diverse di uomini malvagi vessata e da vizi in molti modi tentata. Perché le era contrario il vento, mentre il soffio degli spiriti maligni l’avversa continuamente, affinché non giunga al porto della salute; tenta di travolgerla sotto i flutti delle avversità del secolo, movendole tutte le contrarietà che può [43].

Errano dunque gravemente coloro che si perdono di fede nella tempesta, perché vorrebbero per sé e per la Chiesa uno stato permanente di piena tranquillità, di prosperità universale, di ricognizione pratica e unanime del sacro suo potere senza contrasti. E molto peggio e turpemente errano quelli che s’illudono di guadagnarsi questa pace effimera col dissimulare i diritti e gli interessi della Chiesa, col sacrificarli ad interessi privati, con l’attenuarli ingiustamente, col piaggiare il mondo, che tutto sta sottoposto al maligno [44], sotto specie di riconciliarsi i fautori della novità e ravvicinarli alla Chiesa; quasi fosse possibile una composizione o accordo tra la luce e le tenebre, fra Cristo e Belial. È questa un’allucinazione vecchia quanto il mondo, ma è moderna sempre e durevole nel mondo, finché vi resteranno soldati deboli o traditori che al primo colpo gettano le armi o scendono a patteggiare col nemico, che qui è il nemico irreconciliabile di Dio e degli uomini.

A voi spetta dunque, venerabili fratelli, che la divina provvidenza ha costituito pastori e guide del popolo cristiano, a voi spetta il resistere fortissimamente contro questa funestissima tendenza della moderna società di addormentarsi in una vergognosa inerzia, tra l’imperversare della guerra contro la religione, cercando una vile neutralità, fatta di deboli ripieghi e di compromessi, tutto a danno del giusto e dell’onesto, immemore del detto chiaro di Cristo: Chi non è con me, è contro di me [45]. Non già che i ministri di Cristo non debbano abbondare in carità paterna, poiché ad essi massimamente si riferiscono le parole dell’apostolo: Mi sono fatto tutto a tutti per tutti far salvi [46]; non già che non convenga cedere anche talora dello stesso proprio diritto, per quanto è lecito ed è richiesto dal bene delle anime. Di tale mancanza certo non cade il sospetto in voi, che siete spronati dalla carità di Cristo. Ma è questo un equo condiscendere, che si fa senza detrimento anche minimo del dovere, né tocca affatto i princìpi immutabili ed eterni della verità e della giustizia.

Così leggiamo che avvenne nella causa di Anselmo, o piuttosto nella causa di Dio e della Chiesa, per cui Anselmo ebbe a sostenere così lunghe e così aspre lotte. Sicché, composto alfine il lungo dissidio, scriveva a lui il Nostro Predecessore Pasquale II: Noi crediamo che si sia ottenuto appunto in grazia della tua carità e per l’insistenza delle tue orazioni, che la misericordia divina in questa parte volgesse lo sguardo a quel popolo, al quale presiede la tua sollecitudine. — E quanto alla pietosa condiscendenza, usata dal Pontefice verso i colpevoli, soggiungeva: Quanto poi all’aver tanto accondisceso, sappi che si è fatto per tale affetto e compassione, che noi possiamo rialzare quelli che erano a terra. Poiché se chi sta in piedi porge la mano al caduto per rialzarlo, non lo rialzerà mai, se non si pieghi egli pure alquanto. Del resto, quantunque il piegarsi paia un avvicinarsi alla caduta, non perde tuttavia l’equilibrio della rettitudine [47].

Ma nel far Nostre queste parole del Nostro piissimo Predecessore, dette a consolazione di Anselmo, non vogliamo dissimulare il sentimento vivissimo del pericolo, che apprendono anche gli ottimi fra i pastori della Chiesa, di trascorrere oltre il giusto o nella condiscendenza o nella resistenza. E di tale apprensione sono argomento altresì le ansie, le trepidazioni, le lagrime di uomini santissimi, i quali maggiormente sentivano la terribile gravità del governo delle anime e la grandezza del pericolo. Ma n'è argomento sopra tutto la vita di Anselmo, il quale, strappato alla solitudine della vita claustrale e degli studi, per essere sollevato a dignità altissima in tempi difficilissimi, si trovò in preda alle più tormentose sollecitudini e angosce, fra cui nulla più temeva che di non fare abbastanza per la salute dell’anima sua e del suo popolo, per l’onore di Dio e della sua Chiesa. Né fra tali ansietà sbattuto e di più vivamente addolorato per l’abbandono colpevole di molti anche fra i confratelli dell'episcopato, trovava egli altro maggiore conforto che nella fiducia in Dio e nel ricorso alla sede apostolica. Quindi posto nel naufragio ..., e al rompere delle tempeste, si rifugiava nel seno della Chiesa madre sua, invocando dal Pontefice Romano pietoso e pronto l'aiuto e il conforto [48]. E perciò forse permise Iddio in un tanto uomo, pieno pure di sapienza e di santità, sofferenze così angosciose, perché fosse a noi di conforto insieme e di esempio fra le maggiori difficoltà e le angustie del ministero pastorale, si ché si avveri in ciascuno di noi il sentimento di Paolo: Volentieri mi glorierò nelle mie infermità, affinché abiti in me la potenza di Cristo. Per il che mi compiaccio nelle mie infermità ... poiché quando sono debole, allora sono potente [49]. Né alieni da questi sono i sentimenti che Anselmo esprimeva ad Urbano II: Santo Padre, sono addolorato di essere quello che sono; addolorato di non essere quello che fui: sono addolorato di essere vescovo, perché, in causa dei miei peccati, non compio l’officio di vescovo. In umile stato mi pareva di fare qualche cosa; posto in luogo sublime, aggravato da peso stragrande, non faccio frutto per me e non sono utile ad alcuno. Io soccombo al peso, perché più di quanto sembri credibile, soffro penuria di forze, di virtù, d’industria, di scienza, convenevoli a tanto officio. Bramo di fuggire la cura insopportabile, di lasciare il peso: temo al contrario di offendere Dio. Il timore di Dio mi sforzò ad accettare, il timore stesso mi sforza a ritenere lo stesso peso... Ora, poiché la volontà di Dio mi è occulta, e io non so che fare, vado errando fra sospiri e non so come mettere fine a questo affare [50].

Così suole Iddio far sentire anche agli uomini santi la debolezza nativa per meglio manifestare in essi la forza della virtù divina, e, col sentimento umile e verace della insufficienza individuale, mantenere più salda l’adesione concorde all’autorità della Chiesa. E ciò si vede appunto in Anselmo e in altri vescovi suoi contemporanei, che combatterono a difesa della libertà e dottrina della Chiesa sotto la guida della sede apostolica. Essi riportarono per frutto della loro obbedienza la vittoria nella lotta, confermando col loro esempio la sentenza divina, che l’uomo obbediente canterà vittoria [51]. E la speranza di tale premio risplende a quelli sopra tutto che obbediscono a Cristo nel suo vicario in quelle cose tutte che si riferiscono o al reggimento delle anime o al governo della Chiesa o che vi sono in qualche modo congiunte: giacché dall’autorità della Sede Apostolica dipendono le direzioni e i consigli dei figliuoli della Chiesa [52].

In questo genere di virtù quanto si sia segnalato Anselmo, con quale ardore e fedeltà abbia conservato sempre unione perfetta con la sede apostolica, si può anche argomentare da ciò che si legge scritto da lui allo stesso Pontefice Pasquale: Con quanto studio la mia mente secondo il suo potere, si stringa nella riverenza e nell’ubbidienza alla sede apostolica, lo attestano le molte e gravissime tribolazioni del mio cuore, note a Dio solo e a me... Da tale intenzione spero in Dio non esservi cosa che valga a ritrarmi. Perciò, in quanto mi è possibile, voglio rimettere tutti gli atti miei alla disposizione dell’autorità stessa, perché li diriga e, ove sia bisogno, li corregga [53].

E la medesima fermezza di volontà ci mostrano le azioni, gli scritti, le lettere particolarmente di lui che il nostro Predecessore Pasquale disse scritte con la penna della carità [54]. Ma nelle sue lettere al Pontefice egli non implora solo pietoso aiuto e conforto [55], ma promette preghiera assidua con parole tenerissime di affetto filiale e di fede inconcussa, come quando, ancora abate di Bec scriveva a Urbano II: Per la tribolazione vostra e della Chiesa romana, che è tribolazione nostra e di tutti i veri fedeli, non smettiamo di pregare Dio assiduamente, perché mitighi a voi i giorni cattivi, finché sia scavata al peccatore la fossa. E noi siamo certi, ancorché sembri a noi ritardare, che Dio non lascerà lo scettro dei peccatori sopra l’eredità dei giusti; che non abbandonerà la sua eredità, e che le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei [56].

Ora Noi da queste e simili altre lettere di Anselmo prendiamo mirabile conforto non solo per la rinnovata memoria del santo così devoto a questa sede apostolica, ma altresì per la rinfrescata ricordanza delle lettere vostre e delle altre vostre innumerevoli testimonianze di devozione, venerabili fratelli, in simili lotte e in simili dolori.

Certo è cosa mirabile che l’unione dei vescovi e dei fedeli col Pontefice Romano si è venuta stringendo sempre più intimamente fra lo strepitare delle tempeste, scatenatesi lungo i secoli contro la cristianità, e ai nostri tempi si è fatta così unanime e cordiale che appare sempre più cosa divina. Essa è appunto la nostra maggiore consolazione, com’è gloria e presidio validissimo della Chiesa. Ma quanto più eccellente è il beneficio, tanto più ci è invidiato dal demonio e tanto più odiato dal mondo, il quale non conosce nulla di simile nelle società terrene, né può spiegarselo con le sue ragioni politiche e umane, essendo l’adempimento della sublime preghiera stessa di Cristo, fatta nell’ultima cena.

È necessario pertanto, venerabili fratelli, di sforzarci con ogni studio a custodire e a rendere sempre più intima e cordiale questa unione divina tra il capo e le membra, non mirando a considerazioni umane sì bene a ragioni divine, affinché tutti siamo una cosa sola in Cristo. Con rinvigorire questo nobile sforzo noi adempiremo sempre meglio la nostra sublime missione, che è di essere continuatori e propagatori dell’opera di Cristo e del suo regno in terra. E perciò appunto la Chiesa va ripetendo nei secoli la preghiera amorosa dello Sposo celeste, che è pure il sospiro del Nostro cuore più acceso: "Padre santo, custodisci nel tuo nome quelli che mi hai dati affinché siano una cosa sola come noi" [57].

Ma è necessario questo sforzo, non solo per opporci agli assalti esterni di quelli che combattono allo scoperto contro la libertà e i diritti della Chiesa; è necessario anche per ovviare ai pericoli interni, che ci vengono appunto dal secondo genere di guerra che abbiamo deplorato sopra, quando ricordammo quella classe di traviati, che si sforzano con subdoli sistemi di sconvolgere dalle fondamenta la costituzione ed essenza stessa della Chiesa, di macchiarne la purità della dottrina e rovesciarne la disciplina tutta. Anche in questi giorni continua a serpeggiare il veleno stesso, che già si è infiltrato in molti pure del clero, giovani massimamente, come abbiamo detto, infetti dall’atmosfera ammorbata per la sfrenata smania di novità che li travolge nell’abisso e li affoga.

Di più per una deplorabile aberrazione i progressi stessi per sé buoni, nelle scienze positive e nella prosperità materiale, dànno occasione e pretesto d’insolentire con una intollerabile superbia contro le verità divine a molti deboli ingegni disposti dalla passione all’errore. Costoro dovrebbero invece ricordare le molteplici disdette e contraddizioni frequenti dei fautori d’incaute novità nelle questioni di ordine speculativo e pratico più vitali per l’uomo; e riconoscere come questa appunto è la punizione dell’orgoglio umano, di non essere mai coerente a se stesso e di naufragare miseramente prima di scorgere il porto della verità. Ma essi, neppure della propria esperienza hanno saputo profittare, per umiliarsi e distruggere le macchinazioni e ogni alterezza che si levi contro la scienza di Dio, e riducendo in soggezione ogni intelletto a ossequio di Cristo [58].

Anzi passando costoro dall’uno estremo all’altro, dal presumere al disperare, seguendo quel metodo di filosofia, che, dubitando di ogni cosa, tutto avvolge nelle tenebre; onde la professione dell’agnosticismo contemporaneo con altre siffatte dottrine assurde, secondo un’infinità di sistemi discordanti fra loro e con la retta ragione: sicché svanirono nei loro pensieri ... poiché, dicendo di essere sapienti, diventarono stolti [59].

Le loro grandiose parole tuttavia, le loro gonfie proposte di nuova sapienza quasi caduta dal cielo, di sistemi moderni, scossero molti giovani, come già quelle dei manichei, Agostino, e li travolsero, più o meno inconsapevoli, lungi dalla retta strada. Ma di tali funesti maestri di sapienza insana e dei loro tentativi, delle loro illusioni, dei loro sistemi erronei e perniciosi abbiamo detto assai distesamente nella Nostra lettera enciclica dell’8 settembre 1907, Pascendi dominici gregis.

Ora Ci giova notare che, se i pericoli ricordati sono più gravi e più imminenti ai nostri giorni, non sono però totalmente diversi da quelli che minacciavano la dottrina della Chiesa ai tempi di Anselmo. E così pure è da considerare come nell’opera sua di dottore, noi possiamo trovare quasi un pari aiuto e conforto per la tutela della verità, come per la difesa della libertà e dei diritti lo troviamo nella sua fortezza apostolica.

Senza rammemorare qui partitamente tutte le condizioni intellettuali del clero e del popolo in quell’età lontana, era pericoloso singolarmente un doppio eccesso a cui trascorrevano gl’ingegni.

Alcuni più leggeri e vanitosi, nutriti di una superficiale erudizione, si gonfiavano oltre ogni credere, nella loro indigesta cultura. Quindi sedotti per una larva di filosofia e di dialettica vuota e fallace, che passava sotto nome di scienza, sprezzavano le autorità sacre, con nefanda temerità osavano disputare contro l’uno o l’altro dei dogmi che la fede cristiana professa ... e con insipiente orgoglio giudicavano piuttosto non essere possibile quanto non potevano intendere, anziché confessare con umile sapienza potervi essere molte cose che essi non valevano a comprendere. ... Sogliono infatti certuni, appena hanno incominciato quasi a mettere fuori le corna di una scienza presuntuosa di sé — non sapendo che se alcuno stima di sapere qualche cosa, non ha conosciuto ancora in qual modo egli lo debba sapere, — prima che abbiano messe le ali spirituali mediante la sodezza della fede, levarsi con presunzione alle questioni più alte della fede. Onde avviene che, mentre ... sregolatamente si sforzano di ascendere innanzi tempo per via dell’intelligenza, per difetto dell’intelligenza stessa siano portati a discendere in moltiformi errori [60]. E di simili abbiamo gli esempi tristissimi e numerosi sotto gli occhi ancor oggi!

Altri al contrario, timidi o neghittosi, spaventati per giunta dal naufragio di molti nella fede e dal pericolo della scienza che gonfia, andavano fino ad escludere ogni uso di filosofia, se non anche ogni studio di ragionata discussione nelle dottrine sacre.

Fra i due eccessi sta di mezzo la usanza cattolica, la quale, come detesta la presunzione dei primi (rimproverata da Gregorio IX nell’età susseguente), i quali, gonfi come otri dallo spirito di vanità, (giusta il parlare di Gregorio IX nell'età susseguente) si sforzano più del debito di stabilire la fede con ragione naturale, adulterando la parola di Dio con fantasie di filosofi [61], così riprova la negligenza dei secondi, troppo alieni dagli studi razionali, e noncuranti di far profitto per via della fede sull’intelligenza [62], massime quando loro spetti per debito di officio il difendere la fede cattolica contro gli errori insorgenti da ogni parte.

A siffatta difesa ben si può dire che sia stato da Dio suscitato Anselmo per additare con l’esempio, con la voce, con gli scritti la via sicura, a comune vantaggio schiudere le fonti della sapienza cristiana ed essere guida e norma di quei maestri cattolici che dopo di lui insegnarono le sacre lettere col metodo della scuola [63]. Sicché egli non a torto fu stimato e celebrato come il loro precursore.

Né con ciò vuole intendersi che il dottore di Aosta abbia raggiunto di primo tratto il colmo della speculazione teologica o filosofica, ovvero anche la fama dei due sommi maestri Tommaso e Bonaventura. I frutti posteriori della sapienza di questi ultimi non maturarono se non col tempo e mediante il concorso delle fatiche di molti dottori. Anselmo stesso, modestissimo, com’è proprio dei veri sapienti, del pari che dotto e perspicace, ebbe mai a pubblicare alcuno dei suoi scritti se non per occasione data, o per impulso altrui, e in essi protesta che se qualche cosa vi sia da correggere, egli non ricusa la correzione, anzi, quando la questione è controversa né connessa alla fede, non vuole che il discepolo aderisca per tal modo alle cose che ha detto da ritenerle pertinacemente, anche quando altri con più validi argomenti sapesse distruggere queste e stabilire opinioni diverse; il che se avvenisse, basterà che non neghi aver giovato le cose dette a esercizio di discussione [64].

Ma pure Anselmo ottenne più che non sperasse egli o che altri presumesse: ottenne tanto che la gloria dei susseguenti Dottori e dello stesso Tommaso d’Aquino non oscurò la gloria del predecessore, anche quando l’Aquinate non ne abbia accettate le conclusioni tutte, o veramente vi abbia aggiunto compimento e precisione. Anselmo ebbe il merito di aprire il sentiero della speculazione, di allontanare i sospetti dei timidi, i pericoli degli incauti, i danni dei rissosi e sofisti, o dialettici ereticali, del suo tempo, come li denomina egli giustamente, nei quali la ragione era schiava dell’immaginazione e della vanità [65].

Contro questi ultimi egli osserva che, mentre tutti sono da avvertire che si accostino con cautela grandissima alle questioni della Scrittura sacra, questi dialettici del tempo nostro sono da rimuovere del tutto dalla discussione di questioni spirituali. E la ragione che ne assegna è più che mai opportuna a quelli che li imitano ora sotto i nostri occhi, ricantandone gli errori: Nelle loro anime, infatti, la ragione che deve essere principe e giudice di quante cose sono nell’uomo, si trova così involta nelle immaginazioni corporali, che da queste non può districarsi, né vale a sceverare da esse le cose che ella sola e pura deve contemplare [66]. Né meno opportunamente ai nostri tempi egli deride codesti falsi filosofi, i quali, perché non possono capire ciò che credono, disputano contro la verità della fede stessa, confermata dai santi padri, come se pipistrelli e civette, che non vedono il cielo se non di notte, disputassero dei raggi del sole nel suo meriggio, contro aquile che fissano il sole senza battere ciglio [67]. Quindi pure egli condanna qui e altrove [68] la perversa opinione di coloro che troppo concedendo alla filosofia, le attribuivano il diritto d’invadere il campo della teologia. A tale stoltezza opponendosi egli, accenna bene i confini propri dell’una e dell’altra e insinua abbastanza quale sia l’officio della ragione nelle cose della fede: La nostra fede, egli dice, si ha da difendere per via di ragione contro gli empi. — Ma in qual modo e fino a qual segno? Ci è chiarito dalle parole che seguono: Si deve mostrare ad essi ragionevolmente quanto essi ci disprezzino irragionevolmente [69]. Precipuo officio della filosofia è quello pertanto di dimostrare la ragionevolezza della nostra fede e il dovere, che ne consegue, di credere all’autorità divina che ci propone misteri altissimi, i quali, per la testimonianza dei tanti segni di credibilità, sono oltremodo degni di fede. Assai diverso è l’officio proprio della teologia cristiana, la quale si fonda sopra il fatto della rivelazione divina e rende più solidi nella fede quelli che già professano di godere dell’onore del nome cristiano. Onde è ben chiaro che nessun cristiano deve disputare come non sia ciò che la Chiesa cattolica crede col cuore e confessa con la bocca; ma tenendo sempre indubitatamente la stessa fede, amando e vivendo secondo essa, deve cercare, per quanto può, la ragione come sia. Se può capire, renda grazie a Dio; se non può, non impunti le corna a cozzare, ma abbassi il capo a venerare [70].

Quando dunque i teologi cercano e i fedeli chiedono ragioni intorno alla nostra fede, non è per fondare in esse la loro fede, che ha per fondamento l’autorità di Dio rivelante; ma tuttavia, secondo il parlare di Anselmo, come il retto ordine esige che noi crediamo le profondità della fede cristiana prima che presumiamo di discuterle con la ragione, così pare a me negligenza se dopo che siamo confermati nella fede, non ci studiamo d’intendere ciò che crediamo [71]. E intende qui Anselmo di quella intelligenza della quale parla il concilio Vaticano [72]. Poiché, com’egli dimostra altrove, benché dopo gli apostoli molti nostri santi padri e dottori dicano tante e così grandi cose della ragione di nostra fede, ... non poterono tuttavia dire tutte le cose che avrebbero potuto, se fossero vissuti più a lungo; e la ragione della verità è così ampia e così profonda che dai mortali non si può esaurire; il Signore non cessa d’impartire i doni della sua grazia nella sua Chiesa, con la quale promette di essere fino alla consumazione del secolo. E per tacere di altri passi nei quali la Scrittura sacra ci invita a investigare la ragione, in quello ove dice che se non crederete, non capirete, ci ammonisce apertamente di estendere l’intento all’intelligenza, mentre ci insegna come dobbiamo ad essa avanzarci . Neppure va trascurata l’ultima ragione che egli soggiunge: Tra la fede e la visione c’è di mezzo l’intelligenza, che possiamo avere in questa vita, e quanto più alcuno in essa profitta, tanto più si accosta alla visione, alla quale tutti aneliamo [73].

Con questi e somiglianti princìpi — tra l’altro — Anselmo gettò i fondamenti del sano indirizzo negli studi filosofici e teologici, indirizzo che poi altri sapientissimi personaggi, principi della scolastica, fra cui soprattutto il dottore di Aquino, seguirono, accrebbero, illustrarono e perfezionarono a grande onore e difesa della Chiesa. E su questo merito di Anselmo abbiamo insistito volentieri, venerabili fratelli, per averne una nuova e desiderata occasione di inculcarvi che procuriate di ricondurre la gioventù, del clero segnatamente, alle fonti saluberrime della sapienza cristiana, schiuse fra i primi dal dottore di Aosta e arricchite in gran copia dall’Aquinate. Al qual proposito non si dimentichino le istruzioni del Nostro Predecessore Leone XIII di felice ricordanza [74] e le Nostre stesse, ripetute molte volte e anche nella già ricordata enciclica Pascendi dominici gregis dell’8 settembre 1907. Troppo apertamente si va confermando ogni giorno più, per la triste esperienza, il danno e la rovina dell’aver trascurato siffatti studi o preso a farli senza metodo fermo e sicuro, mentre prima di essere idonei e preparati, molti presunsero discutere le più alte questioni della fede. Il che, deplorando con Anselmo, ne ripetiamo insieme le forti raccomandazioni: Niuno temerariamente s’immerga  nelle intricate questioni delle cose divine, se prima non ha acquistato, con la sodezza della fede, gravità di costumi e di senno, acciocché discorrendo con incauta leggerezza per i rigiri molteplici dei sofismi, non finisca nel laccio di qualche tenace falsità. E questa incauta leggerezza, ove sia scaldata, come spesso avviene, al fuoco delle passioni, è la rovina totale dei seri studi e della integrità della dottrina. Poiché, gonfi di quella superbia insipiente, lamentata da Anselmo nei dialettici ereticali del suo tempo, essi disprezzano le sacre autorità delle sante Scritture e padri e dottori, dei quali direbbe invece un ingegno più modesto le parole rispettose di Anselmo: Né ai nostri tempi né ai futuri speriamo altri pari a quelli nella contemplazione della verità [75]. Né fanno maggior conto dell’autorità della Chiesa e del sommo Pontefice, quando si adoperi di richiamarli a miglior senno, sebbene a parole siano talora ben larghi in proteste di soggezione, finché cioè sperano di coprirsi con queste, guadagnando credito e protezioni. Ora tale sprezzo chiude quasi la via ad ogni fondata speranza di resipiscenza degli erranti; mentre essi negano obbedienza a colui al quale la divina Provvidenza, come a signore e padre della Chiesa tutta pellegrinante in terra ..., ha affidato la custodia della vita e della fede cristiana e il governo della sua Chiesa; e perciò ove insorga cosa nella Chiesa contro la fede cattolica, a nessun altro va riferita più giustamente perché dall’autorità di lui sia corretta; né ad altri con più sicurezza viene mostrato quello che si risponde contro l’errore, perché dalla prudenza di lui sia esaminato [76]. Ma Dio volesse che cotesti miseri traviati, i quali hanno spesso in bocca le belle parole di sincerità, di coscienza, di esperienza religiosa, di fede sentita, vissuta e via dicendo, imparassero da Anselmo e ne intendessero le sante dottrine, ne imitassero i gloriosi esempi: sopra tutto bene si scolpissero nell’animo questo suo detto: Prima è da mondare il cuore con la fede, e prima da illuminare gli occhi mediante l’osservanza dei precetti del Signore..., e prima con l’umile obbedienza alle testimonianze di Dio, dobbiamo farci piccoli per imparare la sapienza... E non solamente, tolta la fede e l’obbedienza dei Comandamenti di Dio, la mente è impedita di salire a intendere verità più alte, ma ancora alle volte l’intelligenza data viene sottratta e la fede stessa sovvertita, se si trascura la buona coscienza [77].

Che se gli erranti continueranno ostinati a spargere cause di dissensi e di errori, a disperdere il patrimonio della dottrina sacra della Chiesa, a impugnarne la disciplina, a schernirne le venerande consuetudini, cui voler distruggere è una specie di eresia, giusta il detto di Anselmo [78], e abbatterne dalle fondamenta la stessa divina costituzione tanto più strettamente dobbiamo vigilare Noi, venerabili fratelli, e allontanare dal Nostro gregge e dalla parte più tenera di esso in particolare, che è la gioventù, una peste così esiziale. Questa grazia imploriamo da Dio con preghiere incessanti, interponendo il validissimo patrocinio dell’augusta Madre di Dio e anche l’intercessione dei beati cittadini della Chiesa trionfante, di S. Anselmo in particolare, fulgido lume di cristiana sapienza, custode incorrotto e forte vindice di tutti i sacri diritti della Chiesa. Al quale Ci piace rivolgere qui al termine le parole che a lui vivente scriveva il Nostro santo Predecessore Gregorio VII: Poiché l’olezzo delle tue opere buone è giunto fino a Noi, ne rendiamo degne grazie a Dio, e ti abbracciamo di cuore nell’amore di Cristo, credendo per certo che dagli esempi tuoi la Chiesa di Dio è avvantaggiata in meglio e per le preghiere tue e dei simili a te potrà anche essere liberata dai pericoli che le stanno sopra, soccorrendoci la misericordia di Cristo. Quindi preghiamo la tua fraternità di innalzare suppliche a Dio assiduamente, affinché sottragga la sua Chiesa e Noi, che sebbene indegni la governiamo, dalle istanti oppressioni degli eretici, e questi riconduca, abbandonato l’errore, alla via della verità [79].

Da tanta protezione sostenuti, e fiduciosi della vostra corrispondenza, a voi tutti, venerabili fratelli, al clero e al popolo a ciascuno di voi affidato, auspice della grazia celeste e testimone della Nostra speciale benevolenza, impartiamo con ogni affetto nel Signore l’apostolica benedizione.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno festivo di Sant’Anselmo, 21 aprile 1909, l’anno sesto del Nostro pontificato.

PIO PP. X


 *AAS (1909) pp. 333-388.

[1] 1 Cor. 4,9.

[2] Col. 3,11.

[3] Encyclica, die 4 Octobris MDCCCCIII.

[4] 1 Cor. 15,41.

[5] Breviar. Rom., die 21 Aprilis.

[6] Epicedion in obitum Andelmi.

[7] Breviarium Romanum, die 21 Aprilis.

[8] In libro II Epist. S. Anselmi, ep. 32.

[9] In libro III Epist. S. Anselmi, ep. 74 et 42.

[10] 1 Cor. 2,14.

[11] Epicedion in obitum Anselmi.

[12] Breviarium Romanum, die 21 Aprilis.

[13] In libro III Epist. S. Anselmi, ep. 74 et 42.

[14] Gal IV,19.

[15] Prov. 14,34.

[16] Lc., 19,14.

[17] Ioan., VIII 8, 44.

[18] Col 2, 8.

[19] Rm 1, 21.

[20] 1 Tm 1, 19.

[21] Concil. Vatic., Constit. Dei filius, cap. 4.

[22] Epist., lib. III, ep. 65.

[23] Epist., lib. III. ep. 75.

[24] Ibid., lib. IV, ep. 47.

[25] Act. 20, 28.

[26] Is. 58, 1.

[27] Sal. 17, 14.

[28] Eb 13, 14.

[29] Pro. 14, 34.

[30] Sap. 6, 7.

[31] Epist., lib. IV, ep. 8.

[32] Epist., lib. IV, ep. 8.

[33] Epist., lib. III, ep. 57.

[34] Ibid. ep. 59.

[35] Ibid. lib. IV, ep. 52.

[36] Epist., lib. IV, ep. 52.

[37] Ibid. lib. IV, ep. 142.

[38] Rm. VIII, 28.

[39] Rm. XI, 33.

[40] Is. LV, 8.

[41] Col. 1, 24.

[42] At. 14, 21.

[43] Hom. III.

[44] 1 Ioan. V, 19.

[45] Matth. XII, 30.

[46] 1 Cor IX, 22.

[47] In libro III Epist. S. Anselmi, ep. 140.

[48] Epist., lib. III, ep. 37.

[49] II Cor. XII, 9.10.

[50] Epist., lib. III, ep. 37.

[51] Prov., XXI, 28.

[52] Epist., lib. IV, ep. 1.

[53] Ibid., ep. 5.

[54] libro III Epist. S. Anselmi, ep. 74

[55] Ibid., ep. 7.

[56] In libro II Epist. S. Anselmi, ep. 33.

[57] Ioan XVII, 11.

[58] 2 Cor 10, 4.5.

[59] Rm 1, 21.22.

[60] S. Anselm., De fide Trinitaria, cap. 2.

[61] Gregor. IX, Epist. "Tacti dolore cordis" ad theologos Parisien., 7 Iul. 1228.

[62] libro II Epist. S. Anselmi, ep. 41.

[63] Breviarium Romanum, die 21 Aprilis.

[64] De Grammatico, cap. 21 sub finem.

[65] De fide Trinitatis, cap. 2.

[66] De fide Trinitatis, cap. 2.

[67] Ibid

[68] libro II Epist. S. Anselmi, ep. 41.

[69] libro II Epist. S. Anselmi, ep. 41.

[70] S. Anselmus, De fide Trinitatis, cap. 2.

[71] Cur Deus homo, lib. I, cap. 2.

[72] Constit., Dei filius, cap. 4.

[73] S. Anselmus, De fide Trinitatis, Praefatio.

[74] Encyclica Aeterni Patris, 4 Aug. 1879.

[75] De fide Trinitatis, Praefactio.

[76] Ibid.

[77] De fide Trinitatis, cap. 2.

[78] S. Anselm., De nuptiis consanguineorum, cap. 1.

[79] In libro II Epist. S. Anselmi, ep. 31.



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GRAVES DE COMMUNI RE

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Category: Omelie, udienze, documenti del Santo Padre
Published: 08 January 1901
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ENCYCLICAL OF POPE LEO XIII 
ON CHRISTIAN DEMOCRACY

 

To Our Venerable Brethren the Patriarchs, Primates,
Archbishops, Bishops, and other Ordinaries in Peace
and Communion with the Apostolic See.

The grave discussions on economical questions which for same time past have disturbed the peace of several countries of the world are growing in frequency and intensity to such a degree that the minds of thoughtful men are filled, and rightly so, with worry and alarm. These discussions take their rise in the bad philosophical and ethical teaching which is now widespread among the people. The changes, also, which the mechanical inventions of the age have introduced, the rapidity of communication between places, and the devices of every kind for diminishing labor and increasing gain, all add bitterness to the strife; and, lastly, matters have been brought to such a pass by the struggle between capital and labor, fomented as it is by professional agitators, that the countries where these disturbances most frequently occur find themselves confronted with ruin and disaster.

2. At the very beginning of Our pontificate We clearly pointed out what the peril was which confronted society on this head, and We deemed it Our duty to warn Catholics, in unmistakable language,(1) how great the error was which was lurking in the utterances of socialism, and how great the danger was that threatened not only their temporal possessions, but also their morality and religion. That was the purpose of Our encyclical letter Quod Apostolici Muneris which We published on the 28th of December in the year 1878; but, as these dangers day by day threatened still greater disaster, both to individuals and the commonwealth, We strove with all the more energy to avert them. This was the object of Our encyclical Rerum Novarum of the 15th of May, 1891, in which we dwelt at length on the rights and duties which both classes of society - those namely, who control capital, and those who contribute labor - are bound in relation to each other; and at the same time, We made it evident that the remedies which are most useful to protect the cause of religion, and to terminate the contest between the different classes of society, were to be found in the precepts of the Gospel.

3. Nor, with God's grace, were Our hopes entirely frustrated. Even those who are not Catholics, moved by the power of truth, avowed that the Church must be credited with a watchful care over all classes of society, and especially those whom fortune had least favored. Catholics, of course, profited abundantly by these letters, for they not only received encouragement and strength for the excellent undertakings in which they were engaged, but also obtained the light which they needed in order to study this order of problems with great sureness and success. Hence it happened that the differences of opinion which prevailed among them were either removed or lessened. In the order of action, much has been done in favor of the proletariat, especially in those places where poverty was at its worst. Many new institutions were set on foot, those which were already established were increased, and all reaped the benefit of a greater stability. Such are, for instance, the popular bureaus which supply information to the uneducated; the rural banks which make loans to small farmers; the societies for mutual help or relief; the unions of working men and other associations or institutions of the same kind. Thus, under the auspices of the Church, a measure of united action among Catholics was secured, as well as some planning in the setting up of agencies for the protection of the masses which, in fact, are as often oppressed by guile and exploitation of their necessities as by their own indigence and toil.

4. This work of popular aid had, at first, no name of its own. The name of Christian Socialism, with its derivatives, which was adopted by some was very properly allowed to fall into disuse. Afterwards, some asked to have it called the popular Christian Movement. In the countries most concerned with this matter, there are some who are known as Social Christians. Elsewhere, the movement is described as Christian Democracy and its partisans as Christian Democrats, in opposition to what the socialists call Social Democracy. Not much exception is taken to the first of these two names, i.e., Social Christians, but many excellent men find the term Christian Democracy objectionable. They hold it to be very ambiguous and for this reason open to two objections. It seems by implication covertly to favor popular government and to disparage other methods of political administration. Secondly, it appears to belittle religion by restricting its scope to the care of the poor, as if the other sections of society were not of its concern. More than that, under the shadow of its name there might easily lurk a design to attack all legitimate power, either civil or sacred. Wherefore, since this discussion is now so widespread, and so bitter, the consciousness of duty warns Us to put a check on this controversy and to define what Catholics are to think on this matter. We also propose to describe how the movement may extend its scope and be made more useful to the commonwealth.

5. What Social Democracy is and what Christian Democracy ought to be, assuredly no one can doubt. The first, with due consideration to the greater or less intemperance of its utterance, is carried to such an excess by many as to maintain that there is really nothing existing above the natural order of things, and that the acquirement and enjoyment of corporal and external goods constitute man's happiness. It aims at putting all government in the hands of the masses, reducing all ranks to the same level, abolishing all distinction of class, and finally introducing community of goods. Hence, the right to own private property is to be abrogated, and whatever property a man possesses, or whatever means of livelihood he has, is to be common to all.

6. As against this, Christian Democracy, by the fact that it is Christian, is built, and necessarily so, on the basic principles of divine faith, and it must provide better conditions for the masses, with the ulterior object of promoting the perfection of souls made for things eternal. Hence, for Christian Democracy, justice is sacred; it must maintain that the right of acquiring and possessing property cannot be impugned, and it must safeguard the various distinctions and degrees which are indispensable in every well-ordered commonwealth. Finally, it must endeavor to preserve in every human society the form and the character which God ever impresses on it. It is clear, therefore, that there in nothing in common between Social and Christian Democracy. They differ from each other as much as the sect of socialism differs from the profession of Christianity.

7. Moreover, it would be a crime to distort this name of Christian Democracy to politics, for, although democracy, both in its philological and philosophical significations, implies popular government, yet in its present application it must be employed without any political significance, so as to mean nothing else than this beneficent Christian action in behalf of the people. For, the laws of nature and of the Gospel, which by right are superior to all human contingencies, are necessarily independent of all particular forms of civil government, while at the same time they are in harmony with everything that is not repugnant to morality and justice. They are, therefore, and they must remain absolutely free from the passions and the vicissitudes of parties, so that, under whatever political constitution, the citizens may and ought to abide by those laws which command them to love God above all things, and their neighbors as themselves. This has always been the policy of the Church. The Roman Pontiffs acted upon this principle, whenever they dealt with different countries, no matter what might be the character of their governments. Hence, the mind and the action of Catholics devoted to promoting the welfare of the working classes can never be actuated with the purpose of favoring and introducing one government in place of another.

8. In the same manner, we must remove from Christian Democracy another possible subject of reproach, namely, that while looking after the advantage of the working people it should seem to overlook the upper classes of society, for they also are of the greatest use in preserving and perfecting the commonwealth. The Christian law of charity, which has just been mentioned, will prevent us from so doing. For it embraces all men, irrespective of ranks, as members of one and the same family, children of the same most beneficent Father, redeemed by the same Saviour, and called to the same eternal heritage. Hence the doctrine of the Apostle, who warns us that "We are one body and one spirit called to the one hope in our vocation; one Lord, one faith and one baptism; one God and the Father of all who is above all, and through all, and in us all."(2) Wherefore, on account of the union established by nature between the common people and the other classes of society, and which Christian brotherhood makes still closer, whatever diligence we devote to assisting the people will certainly profit also the other classes, the more so since, as will be thereafter shown, their co-operation is proper and necessary for the success of this undertaking.

9. Let there be no question of fostering under this name of Christian Democracy any intention of diminishing the spirit of obedience, or of withdrawing people from their lawful rulers. Both the natural and the Christian law command us to revere those who in their various grades are shown above us in the State, and to submit ourselves to their just commands. It is quite in keeping with our dignity as men and Christians to obey, not only exteriorly, but from the heart, as the Apostle expresses it, "for conscience' sake," when he commands us to keep our soul subject to the higher powers.(3) It is abhorrent to the profession of Christianity that any one should feel unwilling to be subject and obedient to those who rule in the Church, and first of all to the bishops whom (without prejudice to the universal power of the Roman Pontiff) "the Holy Spirit has placed to rule the Church of God which Christ has purchased by His Blood."(4) He who thinks or acts otherwise is guilty of ignoring the grave precept of the Apostle who bids us to obey our rulers and to be subject to them, for they watch as having to give an account of our souls.(5) Let the faithful everywhere implant these principles deep in their souls, and put them in practice in their daily life, and let the ministers of the Gospel meditate them profoundly, and incessantly labor, not merely by exhortation but especially by example, to teach them to others.

10. We have recalled these principles, which on other occasions We had already elucidated, in the hope that all dispute about the name of Christian Democracy will cease and that all suspicion of any danger coming from what the name signifies will be put at rest. And with reason do We hope so; for, neglecting the opinions of certain men whose views on the nature and efficacy of this kind of Christian Democracy are not free from exaggeration and from error, let no one condemn that zeal which, in accordance with the natural and divine laws, aims to make the condition of those who toil more tolerable; to enable them to obtain, little by little, those means by which they may provide for the future; to help them to practice in public and in private the duties which morality and religion inculcate; to aid them to feel that they are not animals but men, not heathens but Christians, and so to enable them to strive more zealously and more eagerly for the one thing which is necessary; viz., that ultimate good for which we are born into this world. This is the intention; this is the work of those who wish that the people should be animated by Christian sentiments and should be protected from the contamination of socialism which threatens them.

11. We have designedly made mention here of virtue and religion. For, it is the opinion of some, and the error is already very common, that the social question is merely an economic one, whereas in point of fact it is, above all, a moral and religious matter, and for that reason must be settled by the principles of morality and according to the dictates of religion. For, even though wages are doubled and the hours of labor are shortened and food is cheapened, yet, if the working man hearkens to the doctrines that are taught on this subject, as he is prone to do, and is prompted by the examples set before him to throw off respect for God and to enter upon a life of immorality, his labors and his gain will avail him naught.

12. Trial and experience have made it abundantly clear that many a workman lives in cramped and miserable quarters, in spite of his shorter hours and larger wages, simply because he has cast aside the restraints of morality and religion. Take away the instinct which Christian wisdom has planted and nurtured in men's hearts, take away foresight, temperance, frugality, patience, and other rightful, natural habits, no matter how much he may strive, he will never achieve prosperity. That is the reason why We have incessantly exhorted Catholics to enter these associations for bettering the condition of the laboring classes, and to organize other undertakings with the same object in view; but We have likewise warned them that all this should be done under the auspices of religion, with its help and under its guidance.

13. The zeal of Catholics on behalf of the masses is especially praiseworthy because it is engaged in the very same field in which, under the benign inspiration of the Church the active industry of charity has always labored, adapting itself in all cases to the varying exigencies of the times. For the law of mutual charity perfects, as it were, the law of justice, not merely by giving each man his due and in not impeding him in the exercise of his rights, but also by befriending him, "not with the word alone, or the lips, but in deed and in truth";(6) being mindful of what Christ so lovingly said to His own: "A new commandment I give unto you, that you love one another, as I have loved you, that you love also one another. By this shall all men know that you are My disciples, if you have love one for the other."(7) This zeal in coming to the rescue of our fellow men should, of course, be solicitous, first for the eternal good of souls, but it must not neglect what is good and helpful for this life.

14. We should remember what Christ said to the disciple of the Baptist who asked him: "Art thou he that art to come or look we for another?"(8) He invoked, as proof of the mission given to Him among men, His exercise of charity, quoting for them the text of Isaias: "The blind see, the lame walk, the lepers are cleansed, the deaf hear, the dead rise again, the poor have the Gospel preached to them."(9) And speaking also of the last judgment and of the rewards and punishments He will assign, He declared that He would take special account of the charity men exercised toward each other. And in that discourse there is one thing that especially excites our surprise, viz., that Christ omits those works of mercy which comfort the soul and referring only to those which comfort the body, He regards them as being done to Himself: "For I was hungry and you gave Me to eat; I was thirsty and you gave Me to drink; I was a stranger and you took Me in; naked and you covered Me; sick and you visited Me; I was in prison and you came to Me".(10)

15. To the teachings which enjoin the twofold charity of spiritual and corporal works Christ adds His own example, so that no one may fail to recognize the importance which He attaches to it. In the present instance we recall the sweet words that came from His paternal heart: "I have pity on the multitude,"(11)as well as the desire He had to assist them even if it were necessary to invoke His miraculous power. Of His tender compassion we have the proclamation made in holy Writ, viz., that "He went about doing good and healing all that were oppressed by the devil."(12) This law of charity which He imposed upon His Apostles, they in the most holy and zealous way put into practice; and after them those who embraced Christianity originated that wonderful variety of institutions for alleviating all the miseries by which mankind is afflicted. And these institutions carried on and continually increased their powers of relief and were the especial glories of Christianity and of the civilization of which it was the source, so that right-minded men never fail to admire those foundations, aware as they are of the proneness of men to concern themselves about their own and neglect the needs of others.

16. Nor are we to eliminate from the list of good works the giving of money for charity, in pursuance of what Christ has said: "But yet that which remaineth, give alms."(13) Against this, the socialist cries out and demands its abolition as injurious to the native dignity of man. But, if it is done in the manner which the Scripture enjoins,(14) and in conformity with the true Christian spirit, it neither connotes pride in the giver nor inflicts shame upon the one who receives. Far from being dishonorable for man, it draws closer the bonds of human society of augmenting the force of the obligation of the duties which men are under with regard to each other. No one is so rich that he does not need another's help; no one so poor as not to be useful in some way to his fellow man; and the disposition to ask assistance from others with confidence and to grant it with kindness is part of our very nature. Thus, justice and charity are so linked with each other, under the equable and sweet law of Christ, as to form an admirable cohesive power in human society and to lead all of its members to exercise a sort of providence in looking after their own and in seeking the common good as well.

17. As regards not merely the temporary aid given to the laboring classes, but the establishment of permanent institutions in their behalf, it is most commendable for charity to undertake them. It will thus see that more certain and more reliable means of assistance will be afforded to the necessitous. That kind of help is especially worthy of recognition which forms the minds of mechanics and laborers to thrift and foresight, so that in course of time they may be able, in part at least, to look out for themselves. To aim at that is not only to dignify the duty of the rich toward the poor, but to elevate the poor themselves, for, while it urges them to work in order to improve their condition, it preserves them meantime from danger, it refrains immoderation in their desires, and acts as a spur in the practice of virtue. Since, therefore, this is of such great avail and so much in keeping with the spirit of the times, it is a worthy object for the charity of righteous men to undertake with prudence and zeal.

18. Let it be understood, therefore, that this devotion of Catholics to comfort and elevate the mass of the people is in keeping with the spirit of the Church and is most conformable to the examples which the Church has always held up for imitation. It matters very little whether it goes under the name of the Popular Christian Movement or Christian Democracy, if the instructions that have been given by Us be fully carried out with fitting obedience. But it is of the greatest importance that Catholics should be one in mind, will, and action in a matter of such great moment. And it is also of importance that the influence of these undertakings should be extended by the multiplication of men and means devoted to the same object.

19. Especially must there be appeals to the kindly assistance of those whose rank, wealth, and intellectual as well as spiritual culture give them a certain standing in the community. If their help is not extended, scarcely anything can be done which will help in promoting the well-being of the people. Assuredly, the more earnestly many of those who are prominent citizens conspire effectively to attain that object, the quicker and surer will the end be reached. We would, however, have them understand that they are not at all free to look after or neglect those who happen to be beneath them, but that it is a strict duty which binds them. For, no one lives only for his personal advantage in a community; he lives for the common good as well, so that, when others cannot contribute their share for the general good, those who can do so are obliged to make up the deficiency. The very extent of the benefits they have received increases the burden of their responsibility, and a stricter account will have to be rendered to God who bestowed those blessings upon them. What should also urge all to the fulfillment of their duty in this regard is the widespread disaster which will eventually fall upon all classes of society if his assistance does not arrive in time; and therefore is it that he who neglects the cause of the distressed masses is disregarding his own interest as well as that of the community.

20. If this action, which is social in the Christian sense of the term develops and grows in accordance with its own nature, there will be no danger, as is feared, that those other institutions, which the piety of our ancestors have established and which are now flourishing, will decline or be absorbed by new foundations. Both of them spring from the same root of charity and religion, and not only do not conflict with each other, but can easily be made to coalesce and combine so perfectly as to provide, all the better by the pooling of their beneficent efforts, for the needs of the masses and for the daily increasing perils to which they are exposed.

21. The condition of things at present proclaims, and proclaims vehemently, that there is need for a union of brave minds with all the resources they can command. The harvest of misery is before our eyes, and the dreadful projects of the most disastrous national upheavals are threatening us from the growing power of the socialistic movement. They have insidiously worked their way into the very heart of the community, and in the darkness of their secret gatherings, and in the open light of day, in their writings and their harangues, they are urging the masses onward to sedition; they fling aside religious discipline; they scorn duties; they clamor only for rights; they are working incessantly on the multitudes of the needy which daily grow greater, and which, because of their poverty are easily deluded and led into error. It is equally the concern of the State and of religion, and all good men should deem it a sacred duty to preserve and guard both in the honor which is their due.

22. That this most desirable agreement of wills should be maintained, it is essential that all refrain from giving any cause of dissension which hurt and divide minds. Hence, in newspapers and in speeches to the people, let them avoid subtle and practically useless questions which are neither easy to solve nor easy to understand except by minds of unusual ability and after the most serious study. It is quite natural for people to hesitate on doubtful subjects, and that different men should hold different opinions, but those who sincerely seek after truth will preserve equanimity, modesty, and courtesy in matters of dispute. They will not let differences of opinion deteriorate into conflicts of wills. Besides, to whatever opinion a man's judgment may incline, if the matter is yet open to discussion, let him keep it, provided he be always disposed to listen with religious obedience to what the Holy See may decide on the question.

23. The action of Catholics, of whatever description it may be, will work with greater effect if all of the various associations, while preserving their individual rights, move together under one primary and directive force. In Italy, We desire that this directive force should emanate from the Institute of Catholic Congresses and Reunions so often praised by Us, to which Our predecessor and We Ourselves have committed the charge of controlling the common action of Catholics under the authority and direction of the bishops of the country. So let it be for other nations, in case there be any leading organization of this description to which this matter has been legitimately entrusted.

24. Now, in all questions of this sort where the interests of the Church and the Christian people are so closely allied, it is evident what they who are in the sacred ministry should do, and it is clear how industrious they should be in inculcating right doctrine and in teaching the duties of prudence and charity. To go out and move among the people, to exert a healthy influence on them by adapting themselves to the present condition of things, is what more than once in addressing the clergy We have advised. More frequently, also, in writing to the bishops and other dignitaries of the Church, and especially of late,(15) We have lauded this affectionate solicitude for the people and declared it to be the special duty of both the secular and regular clergy. But in the fulfillment of this obligation let there be the greatest caution and prudence exerted, and let it be done after the fashion of the saints. Francis, who was poor and humble, Vincent of Paul, the father of the afflicted classes, and very many others whom the Church keeps ever in her memory were wont to lavish their care upon the people, but in such wise as not to be engrossed overmuch or to be unmindful of themselves or to let it prevent them from laboring with the same assiduity in the perfection of their own soul and the cultivation of virtue.

25. There remains one thing upon which We desire to insist very strongly, in which not only the ministers of the Gospel, but also all those who are devoting themselves to the cause of the people, can with very little difficulty bring about a most commendable result. That is to inculcate in the minds of the people, in a brotherly way and whenever the opportunity presents itself, the following principles; viz.: to keep aloof on all occasions from seditious acts and seditious men; to hold inviolate the rights of others; to show a proper respect to superiors; to willingly perform the work in which they are employed; not to grow weary of the restraint of family life which in many ways is so advantageous; to keep to their religious practices above all, and in their hardships and trials to have recourse to the Church for consolation. In the furtherance of all this, it is of great help to propose the splendid example of the Holy Family of Nazareth, and to advise the invocation of its protection, and it also helps to remind the people of the examples of sanctity which have shone in the midst of poverty, and to hold up before them the reward that awaits them in the better life to come.

26. Finally, We recur again to what We have already declared and We insist upon it most solemnly; viz., that whatever projects individuals or associations form in this matter should be formed under episcopal authority. Let them not be led astray by an excessive zeal in the cause of charity. If it leads them to be wanting in proper submission, it is not a sincere zeal; it will not have any useful result and cannot be acceptable to God. God delights in the souls of those who put aside their own designs and obey the rulers of His Church as if they were obeying Him; He assists them even when they attempt difficult things and benignly leads them to their desired end. Let them show, also, examples of virtue, so as to prove that a Christian is a hater of idleness and self indulgence, that he stands firm and unconquered in the midst of adversity. Examples of that kind have a power of moving people to dispositions of soul that make for salvation, and have all the greater force as the condition of those who give them is higher in the social scale.

27. We exhort you, venerable brethren, to provide for all this, as the necessities of men and of places may require, according to your prudence and your zeal, meeting as usual in council to combine with each other in your plans for the furtherance of these projects. Let your solicitude watch and let your authority be effective in controlling, compelling, and also in preventing, lest any one under the pretext of good should cause the vigor of sacred discipline to be relaxed or the order which Christ has established in His Church to be disturbed. Thus, by the rightful, harmonious and ever-increasing labor of all Catholics, let it become more and more evident that the tranquillity of order and the true prosperity flourish especially among those peoples whom the Church controls and influences; and that she holds it as her sacred duty to admonish every one of what the law of God enjoins, to unite the rich and the poor in the bonds of fraternal charity, and to lift up and strengthen men's souls in the times when adversity presses heavily upon them.

28. Let Our commands and Our wishes be confirmed by the words so full of apostolic charity which the blessed Paul addressed to the Romans: "I beseech you therefore brethren, be reformed in the newness of your mind; he that giveth, with simplicity; he that ruleth, with carefulness; he that showeth mercy, with cheerfulness. Let love be without dissimulation. Hating that which is evil; cleaving to that which is good; loving one another with the charity of brotherhood; with honor preventing one another; in carefulness, not slothful; rejoicing in hope; patient in tribulation; instant in prayer. Communicating to the necessities of the saints. Pursuing hospitality. Rejoice with them that rejoice; weep with them that weep; being of one mind to one another; to no man rendering evil for evil; providing good things not only in the sight of God but also in the sight ,(16) of men.

29. As a pledge of these benefits receive the apostolic benediction which, venerable brethren, We grant most lovingly in the Lord to you and your clergy and people.

Given at St. Peter's in Rome, the eighteenth day of January, 1901, the thirteenth year of Our pontificate. 

LEO XIII


REFERENCES:

1. See above, Quod Apostolici Muneris, no. 79: Rerum novarum, no. 115.

2. Eph.4:4-6.

3. Rom. 13:1, 5.

4. Acts 20:28.

5. Heb. 13:17.

6. 1 John 3:18.

7. John 13:34-35.

8. Matt. 11:3.

9. Matt. 11:4-5.

10. Matt.25:35-36.

11. Mark 8:2.

12. Acts 10:38.

13. Luke 11:41.

14. Matt. 6:2-4.

15. Letter to the Minister General of the Minorites, November 25, 1898. In this letter, the Pope recalled the instructions given in Aeterni Patris concerning  the way  to be followed in higher studies; the doctrine of Thomas Aquinas should be followed by all the religious who wish truly to philosophize (qui vere philosophari volunt); paramount importance of the study of holy Scripture; how to preach the word of God; forceful exhortation addressed to the Franciscans to go out of their monasteries and, following the example of St. Francis, devote themselves to the salvation of the masses; importance of the Third Order of St. Francis with regard to this work.

16. Rom. 12:1, 2, 8-13, 15-17. 

 

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Le gravi dispute sopra l’economia sociale che da qualche tempo perturbano e non in una sola Nazione la concordia degli animi, crescono ogni giorno e s’accalorano tanto da impensierire giustamente e preoccupare anche gli uomini più prudenti. Furono i falsi principi filosofici e morali, purtroppo largamente diffusi, che originarono siffatte contese. Indi le invenzioni moderne dell’industria, la rapidità delle comunicazioni e una infinità di macchine volte a diminuire l’opera manuale e crescere il lucro inasprirono la questione. Da ultimo per le mire colpevoli di uomini turbolenti, rincruditosi il conflitto tra i ricchi e i proletari, le cose furono condotte a tal punto che gli Stati, già da spessi sconvolgimenti commossi, minacciano di essere travolti in grandi sciagure.

Noi fin dagli esordi del Nostro Pontificato avvertimmo la gravità del pericolo che indi sovrastava alla società, e credemmo proprio del Nostro ufficio ammonir solennemente i Cattolici dei gravi errori contenuti nelle teorie del socialismo, e delle conseguenti rovine; rovine quanto mai funeste non meno alla prosperità della vita, che alla probità dei costumi ed alla Religione. A ciò mirava l’Enciclica "Quod Apostolici muneris", del 28 Dicembre 1878. Sennonché, vedendo che i medesimi pericoli s’aggravavano sempre più con danno maggiore tanto pubblico che privato, Noi provvedemmo di nuovo, tornando con ogni impegno sull’argomento. E con l’Enciclica "Rerum Novarum" del 15 Maggio 1891 trattammo ampiamente dei diritti e doveri su cui era spediente che convenissero in reciproco accordo le due classi sociali dei capitalisti e dei lavoratori, e mostrammo ad un tempo i rimedi derivanti dalle dottrine evangeliche, che Ci sembrarono soprattutto efficaci a tutelare la causa della giustizia e della Religione e a togliere ogni contesa tra i vari ordini di cittadini.

Né fallì, coll’aiuto di Dio, la Nostra fiducia. Perché anche i dissidenti dai Cattolici, toccati dalla verità dei fatti, non esitarono a dichiarare che alla Chiesa ben s’addice il vanto di accorrere provvida alla salute di tutte le classi sociali e principalmente dei diseredati dalla fortuna. I Cattolici poi colsero dai Nostri ammonimenti frutti abbastanza copiosi. In effetti ne trassero incoraggiamento e lena ad ottime imprese, e ne derivarono ancora la luce desiderata per continuare con più sicurezza e più felicemente tal maniera di studi. Ond’è che le lor dissensioni in parte cessarono, in parte si mostrarono più calme. Quanto ai fatti, si riuscì con costanza di propositi a introdurre ed estendere utili istituzioni, quali il segretariato del popolo, le casse rurali, le società di mutuo soccorso e di previdenza, le operaie, ed altrettali società ed opere, con che provvedere agl’interessi dei proletari particolarmente in quei luoghi ove erano più negletti. Così dunque, sotto gli auspici della Chiesa s iniziò fra i cattolici una comunanza d’azione e sollecitudine d’istituzioni in aiuto alla plebe, che tanto spesso lotta non meno con le insidie e i pericoli che con la povertà e le sventure. Questa specie di previdenza popolare non si usò da prima contraddistinguerla con denominazioni particolari; perché quelle di socialismo cristiano, e di socialisti cristiani introdotte da alcuni, caddero meritamente in disuso. Dipoi parve bene a parecchi di dirla azione popolare cristiana; in qualche luogo quelli che metton mano a siffatte opere si chiamano sociali cristiani; altrove si prendono il titolo di democrazia cristiana, dicendo democratici cristiani quelli che se ne occupano; per contrapporla alla democrazia sociale, propugnata dai socialisti. Di queste due ultime denominazioni, se non la prima di sociali cristiani, certo l’altra, di democrazia cristiana, suona male a molti tra i buoni, perché vi veggon sotto un che di ambiguo e pericoloso. Ne temono per più di una ragione: cioè perché credono che così si possa coprire un fine politico per portar al potere il popolo, promovendo questa forma di governo in luogo di altre; che per tal modo, mirando al bene della plebe, e mettendo in disparte gl’interessi delle altre classi, sembri rimpicciolirsi l’azione della Religione cristiana; e che finalmente sotto la speciosità del nome si voglia in certo modo nascondere il proposito di sottrarsi alle legittime autorità nell’ordine civile ed ecclesiastico. Ora considerando che qua e là si eccede in tali dispute fino all’acrimonia, sentiamo il dovere di imporre un limite alla presente controversia, e di regolare il pensiero dei Cattolici sopra un tale argomento: intendiamo inoltre dettare alcune norme che rendano la loro azione più larga e assai più salutare alla società. Non può sorgere alcun dubbio intorno agl’intenti della democrazia sociale e intorno a quelli a cui convien che miri la democrazia cristiana. Infatti la prima, sia pur che non tutti trascorrano ai medesimi eccessi, da molti è portata a tanta malvagità da non tenere in alcun conto l’ordine soprannaturale, cercando esclusivamente i beni corporali e terreni, e collocando tutta la felicità umana in tale acquisto e in tale godimento. Vuol quindi che il governo venga in mano della plebe, affinché livellando quant’è possibile le classi, le torni facile il passo all’eguaglianza economica; tende perciò a sopprimere ogni diritto di proprietà, e a mettere tutto in comune, il patrimonio dei privati e perfino gli strumenti per guadagnarsi la vita. Al contrario la democrazia cristiana, per ciò stesso che si dice cristiana, ha necessariamente per sua base i principi della Fede; e provvede al vantaggio dei ceti inferiori, ma sempre in ordine ai beni eterni per cui son fatti. Per essa adunque nulla deve essere più inviolabile della giustizia; il diritto di acquisto e di possesso deve volerlo integro, e tutelare le diverse classi, membra necessarie di una società ben costituita; esige in una parola che l’umano consorzio ritragga quella forma e quel temperamento che le diede il suo autore Iddio. Resta dunque non esservi tra la democrazia sociale e la cristiana nulla in comune, e correre tra loro tal differenza quale è tra la setta del socialismo e la professione del cristianesimo. Non sia poi lecito di dare un senso politico alla democrazia cristiana. Perché, sebbene la parola democrazia, chi guardi alla etimologia e all’uso dei filosofi, serva ad indicare una forma di governo popolare, tuttavia nel caso nostro, smesso ogni senso politico, non deve significare se non una benefica azione cristiana a favore del popolo. I precetti della natura e del Vangelo, in quanto trascendono di proprio diritto i fatti umani, è necessario che non dipendano da alcuna forma di governo civile, ma possano convenire con tutti, sempre inteso che non ripugnino all’onestà e alla giustizia. Essi pertanto sono e restano fuori dei partiti e della mutabilità degli eventi, di guisa che, in qualunque modo la società si regga, i cittadini possano e debbano tenersi agli stessi precetti, secondo i quali ci è ingiunto di amar Dio sopra tutte le cose e il prossimo come noi stessi. Questa è la disciplina costante della Chiesa; così gli Stati, indipendentemente dal governo lor proprio. Ciò posto, l’intendimento e l’azione dei Cattolici che mirano a promuovere il bene dei proletari non deve punto proporsi di preferire e preparar con ciò una forma di governo invece d’un’altra. In somigliante modo bisogna rimuovere dal concetto della democrazia cristiana l’altro inconveniente, cioè che, mentre essa mette ogni impegno nel cercare il vantaggio delle classi più basse, non sembri trascurare le superiori, che pure non valgono meno alla conservazione e al perfezionamento della società. Al che provvede quella legge di carità cristiana, di cui abbiam ora ragionato, e che comanda di abbracciare indistintamente tutti gli uomini in quanto sono parte di una sola e medesima famiglia e figli di un solo benignissimo Padre, e redenti dallo stesso Salvatore e chiamati alla medesima eredità eterna. Appunto come ne ammaestra e ammonisce l’Apostolo: "Un solo corpo e un solo spirito, come siete ancora stati chiamati ad una sola speranza della vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra di tutti e per tutte le cose e in tutti noi". Quindi per l’unione naturale della plebe con le altre classi, resa anche più stretta dallo spirito di fratellanza cristiana, tutto ciò che di bene si fa per sollevare la plebe, ridonda anche a vantaggio di quelle; tanto più che per raggiungere l’intento è conveniente e necessario il loro concorso, come diremo appresso. Guardisi parimenti ognuno dal ricoprire sotto la denominazione di democrazia cristiana il proposito d’insubordinazione o di opposizione alle legittime autorità. Già la legge, tanto naturale che cristiana, ingiunge il rispetto ai diversi poteri civili e l’obbedienza ai loro giusti comandi. Il che conviene fare sinceramente e per sentimento di dovere, cioè per coscienza, come ben s’addice ad uomo e cristiano; come insegna lo stesso Apostolo là dove dice: "Ogni anima sia soggetta alle potestà superiori". Si comporta poi tutt’altro che cristianamente chi ricusa di sottostare a coloro che sono rivestiti di autorità nella Chiesa; e da prima ai Vescovi, che salva l’universale autorità del Pontefice Romano, "lo Spirito Santo pose a pascere la Chiesa di Dio, acquistata da lui col proprio sangue". Chi pensa ed opera diversamente mostra di aver dimenticato quel solenne precetto dello stesso Apostolo: "Siate obbedienti ai vostri prelati, e siate ad essi soggetti. Imperocché vegliano essi, come dovendo render conto delle anime vostre". Parole queste che tutti i fedeli devono profondamente imprimere nel cuore e cercar di mettere in pratica nella loro condotta; più che mai i sacerdoti, considerandole con ogni diligenza, non cessino di inculcarle agli altri, non solo con la predicazione, ma più ancora con l’esempio. Ora, dopo aver richiamato questi punti di dottrina che altre volte all’uopo abbiamo più dichiaratamente e di proposito trattato Ci ripromettiamo che cessi qualsiasi discordia sul nome di democrazia cristiana e ogni sospetto di pericolo sul suo significato. E ce lo ripromettiamo a buon diritto. Perché, prescindendo da quelle opinioni, sulla natura e sugli effetti della democrazia cristiana, che non mancano di qualche esagerazione o errore, nessuno certo troverà di riprovar un’azione che mira, come vuole la natura e la divina legge, a quest’unico fine di ricondurre a condizioni men dure quelli che campano del lavoro manuale, sì che riescano gradatamente a provvedere alle necessità della vita. Possano quindi in famiglia e in pubblico liberamente soddisfare ai doveri morali e religiosi; sentano di non esser bestie ma uomini, non pagani ma cristiani; quindi e più facilmente e con più ardore si volgano a ciò che solo è necessario, vale a dire al sommo bene per cui siamo nati. Tale vuoi essere il programma, tale lo scopo di coloro che desiderano con animo veramente cristiano arrecare un opportuno sollievo alla plebe e salvarla dalla peste del socialismo. E a bello studio Noi abbiam qui toccato dei doveri morali e religiosi. Spacciano infatti alcuni e fanno credere a molti che la così detta questione sociale sia soltanto economica, laddove sta con ogni certezza che essa è principalmente morale e religiosa, e che perciò bisogna scioglierla a tenore delle leggi morali e religiose. Raddoppiate pure la mercede all’operaio, diminuitegli le ore di lavoro, abbassategli il prezzo dei generi; ma se voi lo lasciate, come troppo accade, imbeversi di certe dottrine, e specchiarsi in certi esempi che lo attirino a spogliarsi del rispetto di Dio e corrompere i costumi, fatiche e sostanze gli andranno in rovina. Una quotidiana esperienza c’insegna che gran parte degli operai, sebbene lavorino meno e ricevano più larga mercede, se tengono una condotta depravata e priva di Religione, vivono d’ordinario in una deplorevole miseria. Togliete dagli animi quei sentimenti che sono il frutto di una educazione cristiana; togliete la previdenza, la moderazione, la parsimonia, la pazienza e somiglianti virtù morali che la stessa ragione ci detta, e vedrete che ogni maggiore sforzo per ottenere gli agi del vivere cadrà in nulla. E quest’è veramente la causa onde Noi non abbiamo mai esortato i cattolici a fondar società ed altrettali istituzioni per un miglior avvenire della plebe, senza raccomandare ad un tempo di fondarle sotto gli auspici della Religione e avvalorarle del suo costante aiuto. Tanto più poi Ci sembra degna di lode la benefica azione dei cattolici verso i proletari, perché essa si svolge nel medesimo campo in cui la carità, accomodandosi alle esigenze dei tempi, lavorò, mai sempre attiva e con buon esito sotto l’amorosa ispirazione della Chiesa. La qual legge di scambievole carità ch’è quasi un perfezionamento di quella di giustizia, non solo impone di dare a ciascuno il suo, e di non attraversare i diritti di alcuno, ma anche di favorirsi l’un l’altro, "non in parole e colla lingua, ma coll’opera e con verità"; memori della sentenza che Cristo rivolge amorosamente ai suoi. "Un nuovo comandamento do a voi, che vi amiate l’un l’altro, come io vi ho amati. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore l’uno per l’altro". E tale studio di reciproco aiuto, benché importi soprattutto una sollecitudine del bene non caduco delle anime, non deve poi dimenticare i bisogni e i conforti della vita. Al qual proposito è da ricordarsi che allorquando i discepoli del Battista domandarono a Cristo: "Sei tu quegli che sei per venire, ovvero si ha da aspettare un altro?", Egli per dimostrare il motivo della missione affidatagli tra gli uomini, trasse argomento dalla carità, richiamandoli al vaticinio d’Isaia: "I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, si annunzia ai poveri il Vangelo". E ragionando del giudizio finale e della distribuzione dei premi e delle pene, dichiarò che avrà uno speciale riguardo a quella carità con che gli uomini si saranno reciprocamente trattati. Né può non destar meraviglia com’egli abbia trapassato qui in silenzio le opere di carità spirituali, rammentando soltanto quelle della beneficenza corporale: "Ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi ricettaste; ignudo e mi rivestiste; ammalato e mi visitaste; carcerato e veniste da me". Cristo a questi ammaestramenti di duplice carità spirituale e corporale aggiunse i propri esempi, e ognuno sa quanto sieno luminosi. E torna grato il rammentar qui quel grido uscito dal suo cuore paterno: "Misereor super turbam"; e il pronto divisamento di soccorrere anche con un miracolo. Onde di tanta sua misericordia rimane l’encomio: "Fornì sua carriera facendo del bene e sanando tutti coloro che erano oppressi dal diavolo". Gli Apostoli con religiosa diligenza seguirono fin da principio questa sua scuola di carità; e quelli che abbracciarono in appresso la Fede trovarono istituzioni di varie maniere per sollevare le miserie del prossimo. Istituzioni che, continuamente aumentando, sono effettivamente un ornamento illustre e proprio del Cristianesimo e della civiltà che ne deriva; cosicché gli uomini retti non si saziano dall’ammirarli, specialmente perché si è tanto inclinati a cercar il proprio comodo e a non curare l’altrui. Né vuolsi escludere da questi modi di beneficenza l’offerta del danaro in elemosina; onde Cristo disse: "Fate elemosina di quel che vi avanza". I socialisti la riprovano e vorrebbero sopprimerla, come ingiuriosa all’ingenita nobiltà dell’uomo. Ma, se si fa secondo le norme del Vangelo e l’uso cristiano, no certo che non ingenera burbanza in chi la dà, né vergogna in chi la riceve. È poi tanto lungi dal vero che sia indecorosa all’uomo, che anzi serve a stringere i vincoli della società umana, fomentando una scambievole amorevolezza. Perché nessuno è tanto ricco che non abbisogni di alcuno, e nessuno è tanto povero che non possa in alcuna cosa giovare altrui: sta in natura che gli uomini con confidenza e con benevolenza reciprocamente si domandino e portino aiuto. Per tal modo infatti la giustizia e la carità, con l’equità e mitezza di Cristo, abbracciano di concerto e meravigliosamente l’organismo dell’umana società, e ne guidano provvidenzialmente i membri al conseguimento del bene individuale e comune. Vuolsi parimenti ascrivere a lode di siffatta carità, se non pensa solo ai soccorsi del momento, ma anche ad istituzioni permanenti; così i bisognosi ne avranno un vantaggio più stabile e sicuro. Ed è anche più commendevole il voler informare ad uno spirito di parsimonia e previdenza gli artieri e gli operai, in modo che possano coll’andar degli anni provvedere almeno in parte ai propri bisogni. Cosa che da un lato alleggerisce i doveri dei ricchi verso i proletari, e dall’altro mette in un certo decoro i proletari stessi; perché mentre li stimola a prepararsi un avvenire men disagiato, li allontana dai pericoli, li contiene dalle intemperanze delle passioni e li avvia ad una buona condotta morale. Ricavandosene adunque una utilità di sì gran rilievo e sì adatta ai tempi, conviene davvero che la carità dei buoni vi cooperi con ogni sforzo destra ed accorta. Resti fermo adunque che questa azione dei cattolici a favore e sollievo della plebe consuona appieno con lo spirito della Chiesa e ne rispecchia ottimamente i perpetui esempi. Poco poi importa che questo complesso di opere passi sotto il nome di azione cristiana popolare o assuma quello di democrazia cristiana, purché si osservino col dovuto ossequio e nella loro integrità gli ammonimenti da Noi dati. Invece importa molto che in cosa di sì grave momento si conservi tra i Cattolici unità d’intenti e concordia di volontà e d’azione. E non importa meno che questa stessa azione, moltiplicando aiuti d’uomini e di cose, ingrossi e si dilati. Bisognerà principalmente procurar la benevola cooperazione di coloro che per nascita, per censo, per ingegno e per educazione godono di maggiore autorità tra i cittadini. Se manchi questa cooperazione, troppo poco si potrà intraprendere di ciò che conduce al conseguimento dei desiderati vantaggi del popolo. Certo la via sarà tanto più sicura e breve, quanto più sarà molteplice e intensa la cooperazione dei cittadini più ragguardevoli. E vorremmo che essi considerassero che non si trovano liberi di curare o meno la sorte degl’infimi, ma che vi sono veramente obbligati. Perché il cittadino non vive soltanto a sé, ma anche alla comunità; cosicché quel contributo che alcuni non possono portare al ben comune, lo portino altri con maggiore larghezza. Della gravità in siffatto dovere ne avverte la stessa superiorità dei beni ricevuti, alla quale seguirà senza dubbio un conto più rigoroso da rendersi a quel Dio che li largì; ne avverte la colluvie dei mali, che potrebbe diventare più tardi rovinosa a tutte le classi, se a tempo non vi si porti rimedio; di guisa che chi non si dà pensiero di sostenere la causa dei miseri agisce da imprevidente tanto per sé che per la comunità. Né è da temere invero che, se quest’azione sociale e di spirito largamente attecchisce e schiettamente prospera, abbiano a inaridirsi altre istituzioni che ci provengono dalla pietà e dalla previdenza degli avi e durano da molto tempo e sono in fiore, oppure che scompaiano assorbite dalle istituzioni nuove. Che anzi le altre, per essere mosse da uno stesso spirito di Religione e di carità e non per essere punto di lor natura ripugnanti, possono di leggieri accordarsi e combinare sì bene da poter ancor meglio ovviare, gareggiando nelle benemerenze, alle necessità della plebe e ai pericoli che diventano ogni giorno più gravi. La triste realtà grida, e grida alto, che fa d’uopo di coraggio e di unione, perché già ci sta di fronte un cumulo troppo ampio di sventure, e incombono paurose minacce di sconvolgimenti esiziali, massime per l’ingrossare dei socialisti. Copertamente s’insinuano nel cuore degli Stati; tra le tenebre di occulte congreghe ed in pubblico, colle conferenze e con gli scritti, aizzano le moltitudini alle sommosse; rigettando ogni freno di Religione, tacciono dei doveri e non esaltano se non i diritti, ed infiammano così turbe sempre più grosse di bisognosi, che per la loro miseria più facilmente cedono all’inganno e son trascinate all’errore. — Si tratta qui dei sommi interessi della società e della Religione; tutti i buoni devono come cosa sacra, tutelare l’onore dell’una e dell’altra. Affinché poi l’accordo degli animi abbia la desiderata stabilità è necessario ancora astenersi da tutte quelle questioni che urtano e dividono. Si schivino quindi, in articoli di giornali e nelle conferenze popolari, certe controversie molto sottili e di quasi nessuna utilità, le quali difficilmente approdano ad una soluzione, mentre poi richiedono per bene intenderle conveniente capacità e non volgare coltura. Già è proprio della umana debolezza il rimanere nel dubbio di molte cose e il discordare in molte opinioni; ma quelli che cercano il vero con retto cuore conviene che nella incertezza della disputa serbino equanimità, modestia e scambievoli riguardi, affinché, se discordano le opinioni, non si facciano discordi anche le volontà. Qualunque poi sia l’opinione che alcuno porta in una questione ancor dubbia, abbia sempre l’animo disposto a piegarsi con religioso ossequio alle decisioni della Sede Apostolica. E questa azione dei cattolici eserciterà certo un più largo influsso se tutte le società, pur serbando la propria autonomia, muovansi sotto l’impulso di un’unica direzione. E in Italia questa direzione vogliamo che spetti all’Opera dei Congressi e Comitati cattolici, che più volte si meritò le Nostre lodi; alla quale il Nostro Predecessore e Noi medesimi affidammo l’incarico di dirigere il movimento cattolico sempre sotto gli auspici e la guida dei Vescovi. Altrettanto si faccia presso le altre nazioni, che abbiano qualche simile società principale, a cui legittimamente siasi affidato un tale incarico. Di per sé poi si fa manifesto quanto i sacri ministri debbano adoperarsi in tutto questo movimento di cose che legano direttamente insieme gl’interessi della Chiesa e del popolo cristiano, e quanto valgano allo scopo i molteplici mezzi della loro dottrina, prudenza e carità. Noi stessi, e non una volta, parlando ad Ecclesiastici, abbiamo creduto bene di affermare essere opportuno ai nostri giorni di andare al popolo e farsela salutarmente con esso. Più spesso poi con Lettere, anche da non molto tempo dirette a Vescovi e ad altre persone ecclesiastiche (Al Generale dell’Ordine dei Frati Minori, il 26 Novembre 1898) lodammo cotesta amorosa sollecitudine per il popolo, chiamandola tutta propria dell’uno e dell’altro clero. Però tutti nel compiere tali opere si diportino con grande cautela e prudenza, ponendo mente all’esempio dei Santi. Il poverello ed umile Francesco, il padre degl’infelici Vincenzo de’ Paoli, ed altri molti in tutte le età della Chiesa, seppero così regolare le assidue lor cure verso il popolo, che senza uno stemperato affaccendarsi e senza dimenticare se stessi, attesero con pari ardore alla perfezione dello spirito. E qui Ci piace di mettervi innanzi alquanto più esplicitamente un modo d’azione in cui non solo gli Ecclesiastici, ma tutti gli amici della causa del popolo, possono diventarne senza grande difficoltà assai benemeriti. E consiste nell’inculcare con fraterna amorevolezza nell’animo del popolo questi ammonimenti. Cioè che si guardino affatto dalle rivolte e dai rivoltosi; che rispettino inviolabilmente i diritti altrui; che prestino volenterosi e col dovuto ossequio l’opera loro ai padroni; che non sentano disgusto della vita domestica, pur feconda di tanti beni; che pratichino anzitutto la Religione, e ne traggano il più valido conforto nelle difficoltà della vita. E ad ottener meglio l’intento servirà certo l’additare il singolar modello della Santa Famiglia Nazarena e commendarne la protezione, il proporre l’esempio di coloro che dalla stessa lor misera sorte seppero trar buon partito per sollevarsi alla cima delle virtù, e da ultimo l’alimentare la speranza del premio riservatoci in una vita migliore. Chiudiamo ora insistendo di nuovo sopra un avvertimento già dato. Tanto gli individui quanto le società, nell’attuare qualsivoglia deliberazione al presente scopo, si rammentino che devono una piena obbedienza all’autorità dei Vescovi. Non si lascino ingannare da un certo zelo di carità irrompente, il quale se tenta di menomare il dovere dell’obbedienza, non è sincero, né fecondo di solida utilità, né grato a Dio. Iddio si compiace di coloro che, sacrificando le proprie opinioni, ascoltano i prelati della Chiesa, come Lui medesimo, e propizio assiste alle loro imprese ancorché ardue e benignamente le conduce al desiderato compimento. A ciò corrispondano esempi di virtù specialmente di quelle, onde il cristiano si addimostra nemico dell’ignavia e dei piaceri, benevolo dispensatore del soverchio a vantaggio altrui, costantemente invitto ai colpi di sventura. Perché questi esempi hanno gran forza ad eccitare salutarmente gli animi del popolo, forza che è tanto maggiore quanto sono più ragguardevoli i cittadini in cui si ammirano. Ecco, o Venerabili Fratelli, quanto vi esortiamo ad eseguire secondo l’opportunità dei luoghi e delle persone con tutta la diligenza e la sollecitudine che vi è propria; su di che vogliamo ancora che nelle consuete vostre adunanze conferiate insieme. E la vostra vigilanza e la vostra autorità si faccia sentire regolando, frenando, resistendo; specie affinché sotto pretesto di bene non si rilassi il vigore della disciplina ecclesiastica, e non si turbi l’ordine onde Cristo informò la sua Chiesa. — Nell’opera adunque retta, concorde e progressiva di tutti i cattolici appaia più splendidamente che la tranquillità dell’ordine e la vera prosperità dei popoli fioriscono principalmente sotto la direzione e col favore della Chiesa, a cui s’appartiene il santissimo ufficio di ammonire secondo i precetti cristiani ognuno del suo dovere, di avvicinare in fraterna carità i ricchi e i poveri, di rialzare e rinvigorire gli animi nelle avverse vicende. L’esortazione, sì piena di carità apostolica, che San Paolo rivolgeva ai Romani, ravvalori gli ammonimenti e i desideri Nostri: "Io vi scongiuro... Riformate voi stessi col rinnovamento della vostra mente... Chi fa altrui parte del suo, lo faccia con semplicità; chi presiede, sia sollecito; chi fa opere di misericordia, lo faccia con ilarità. Dilezione non finta: aborrimento del male, affezione al bene: amandovi scambievolmente con fraterna carità: prevenendovi gli uni gli altri nel rendervi onore. Per sollecitudine non tardi: lieti per la speranza: pazienti nella tribolazione: assidui nell’orazione: entrando a parte dei bisogni dei santi: praticando ospitalità. Rallegrarsi con chi si rallegra, piangere con chi piange: avendo gli stessi sentimenti l’uno per l’altro: non rendendo male per male: avendo cura di ben fare, non solo agli occhi di Dio ma anche a quelli di tutti gli uomini".

Auspice di tali beni discenda sopra di voi, o Venerabili Fratelli, sopra il clero e il popolo a voi affidati, l’Apostolica Benedizione che con effusione d’animo v’impartiamo nel Signore.

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DEI FILIUS

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Category: Omelie, udienze, documenti del Santo Padre
Published: 24 April 1870
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COSTITUZIONE DOGMATICA

DEI FILIUS*
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO IX

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