Quesito
Caro Padre Angelo,
nel ringraziarla per la chiarezza delle sue risposte e l’utilità del suo servizio, le vorrei sottoporre un quesito per me che sono interessato ma digiuno di studi teologici.
Nel De malo, Tommaso d’Aquino precisa che il peccato può essere per ignoranza, per debolezza e anche per malizia. In q.3 art. 12 egli segue Aristotele nel criticare l’opinione platonica per cui nessuno compie volontariamente (dunque maliziosamente) un atto malvagio, tesi questa che riduceva ogni peccato ad un errore dell’intelletto.
È anche vero, però, che subito dopo Tommaso aggiunge ‘Voluntas semper fertur principaliter in bonum aliquod’ (la volontà sempre si dirige principalmente verso qualche bene) quasi a dire che il soggetto, pur sapendo di incorrere in un peccato, potrebbe preferire al vero bene qualcosa che gli sembra comunque un bene desiderabile.
Ho trovato qualcosa di simile in Summa Theologiae, I, q. 63, art.1 ad 4 laddove si fa l’esempio dell’adulterio: un adultero sa che il suo comportamento integra un peccato, conoscendo la legge, ma nel concreto preferisce godere del bene immediato (piacere fisico) piuttosto che badare al bene dell’anima. In questo passo, però, mi pare che Tommaso interpreti la scelta del peccatore come un errore dell’intelletto, ritornando così all’impostazione platonica.
Può meglio spiegarmi il rapporto tra peccato ed errore dell’intelletto in Tommaso?
La ringrazio per il chiarimento e la ricordo nelle mie preghiere.
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