Giotto di Bondone Francesco riceve le stimmate sul Monte della Verna

".. egli portava con sé l’immagine del Crocifisso,
non scolpita da artista umano in tavole di pietra o di legno,
ma tracciata nella sua carne dal dito del Dio vivente.
" (FF 1228)

La somatizzazione disordinata dal peccato porta il peso della colpa ma il legame stretto tra soma, psiche e spirito, nella grazia, nel discepolo di Cristo, porta alla Bellezza ed alla Conformazione.

«L’incendio indomabile dell’amore per il buon Gesù erompeva in lui con vampe e fiamme di carità così forti, che le molte acque non potevano estinguerle» (FF 1224).

Così parte dell’inizio del racconto di San Bonaventura sulle stimmate di San Francesco.
Un santo dottore che, con acume unico, vede il mistero che si cela dietro un evento così straordinario di conformazione.

Uno sfraghis, un marchio nella carne del Poverello, da parte di Cristo che pone l’autentica sulla sua vita.
Non è solo un dono esterno ma un depositarsi nella carne, un manifestarsi l’amore che Francesco portava nel cuore.
E, sia ben chiaro, Francesco non cercava autentiche da mostrare. Non doveva vendere nulla, non doveva ostentare nulla, non doveva rassicurare il sé davanti ai suoi occhi, al mondo e alla Chiesa.

Al poverello interessava solo guardare e stupire davanti all'amato per amare meglio Lui e i fratelli e le sorelle. Questa la minorità che è allineata con la sincerità onesta del cammino spirituale. Senza tatuaggi fisici o ideologici.

Per questo motivo di spoliazione di sé la carne obbedisce alla grazia esterna ed alla grazia battesimale interiormente donata e coltivata, giorno dopo giorno, nel cuore, con habitus mirabile.
Una ricostruzione pensata come figlio nel Figlio. Una ri-generazione (Gv. 3,1-21), una ricostruzione tissutale; magari dolorosa ma obbediente allo Spirito Santo.

«Così il verace amore di Cristo aveva trasformato I’amante nella immagine stessa dell’amato» (FF 1228).

Stimmate uniche nella storia della cristianità, fatte di veri chiodi di carne ribattuti con “capocchia” di chiodo e chiodo ripiegato sul dorso della mano.

E questo ricorda e testimonia quanto è importante la nostra carne per Cristo se essa ha avuto tanto e può giungere a tanto.
La vetta di uno è la vetta di tutti, per il principio dei vasi comunicanti nello Spirito.
La santità, infatti, non è un emergere dell'io ma del noi in Cristo. Perché la Carità è comunione comunionale.

Le stimmate di Francesco sono sue ma anche le mie.

Sì, è lo sfraghis vero, quello del Battesimo, caparra dell’azione dello Spirito in noi che può portare il nostro corpo ad una personalissima, unica e carnale conformazione a Cristo.
Se lo portiamo nel cuore.
Se abbiamo nostalgia di Lui.
Nell'ora della Grazia, che è per me ed è per noi. Ed è questa la nostra unica vocazione mentre ogni ricerca del sé altrove è dissipazione e distrazione e, purtroppo, talvolta un opporsi allo Spirito del Signore, presi da priorità che non lo sono.

L'empietà, tanto più per chi ha ricevuto il dono della Fede, è proprio questo: patinata (patinatissima) dissipazione e distrazione. Il credente invece grida perché il turbinio dei fatti e degli eventi non stacchi mai il cuore da questa unica ed irripetibile conformazione a Cristo.

Ed è questo il lascito di Francesco alla Chiesa, a ciascuno di noi, come Etenità che entra nel tempo.

Paolo Cilia