Caro Padre Angelo,
oggi nella Chiesa si parla molto del termine “inclusione” con il rischio di includere non solo le persone, ma i loro comportamenti, identificati con le sigle ideologiche come Gay ed LGBTQ.
Se consideriamo il catecumenato degli adulti i candidati sono accolti nella Chiesa attraverso il Battesimo, solo se mostrano un cambiamento nello stile di vita e abbandonano abitudini peccaminose (so bene che il solo orientamento non è peccato).
In questa epoca di profonda scristianizzazione, la pastorale catecumenale che viene raccomandata anche nel documento “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale ” del Dicastero per i laici la famiglia e la Vita, praticamente rivolto a tutti coloro che vogliono ricevere il sacramento del matrimonio, propone esigenze che vengono spesso disattese anche nel magistero di Vescovi e sacerdoti.
Il Card. Leo Burke, di venerata memoria, raccomandava che durante gli incontri con persone con tendenze omosessuali si proponesse sempre anche una liturgia penitenziale.
Caro padre, potrebbe fare chiarezza su questo termine “inclusione”, alla luce della Scrittura, della tradizione patristica e del magistero della Chiesa?
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